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Aggiornato: 1 ora 39 min fa

Il Pallone d’oro a Messi (senza sponsor, non sei nessuno)

Mar, 12/03/2019 - 11:00

«Il Pallone d’Oro? È solo un raduno di giornalisti e altre persone che votano per i loro amici». Firmato Johan Cruyff, uno che lo ha vinto tre volte e che quindi non può essere tacciato di essere mosso dall’invidia.

In effetti non è chiaro che cosa sia il Pallone d’Oro. È certamente un premio affascinante e prestigioso. Fa sempre parlare di sé, come gli Oscar o, per restare al giardino di casa nostra, al Festival di Sanremo.

Un tempo, era un premio riservati ai soli calciatori europei. Non avrebbero mai potuto vincerlo né PeléMaradona. Poi, il regolamento è cambiato. Venne istituito nel 1956 dalla rivista France Football e la prima edizione venne vinta dall’inglese Matthews.

Non è mai stato chiaro come considerare il Pallone d’Oro, un premio alla bravura del calciatore in sé oppure un premio all’annata disputata? Fatto sta che negli ultimi dodici anni, il premio si è adeguato all’assenza di concorrenza che sta caratterizzando il calcio ad alti livelli. Vincono sempre gli stessi. E così dal 2008 al 2017 hanno vinto sempre e solo Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Cinque Palloni d’oro a testa. Hanno vinto anche quando hanno le loro annate sono state deludenti dal punto di vista del risultato. L’unico intruso è stato Modric che lo scorso anno, forte della Champions col Real e del secondo posto ai Mondiali con la Croazia, è riuscito a strappare il premio dopo dieci anni di duopolio. Prima, c’era riuscito solo Kakà nel 2007.

Lionel Messi

Quest’anno si è tornati all’antico. Ha vinto di nuovo Lionel Messi nonostante la sua Argentina ha perduto la Coppa America e il suo Barcellona è stato brutalmente eliminato dal Liverpool in Champions League. In Coppa America, Messi è stato addirittura squalificato per tre mesi per le accuse di corruzione rivolte al comitato organizzatore reo, secondo il fuoriclasse, di aver favorito il Brasile. In Champions, il Barcellona è riuscito nell’impresa di farsi buttare fuori in semifinale dal Liverpool dopo aver vinto la partita d’andata per 3-0. Al ritorno Lionel e compagni sono stati battuti per 4-0 dalla squadra di Klopp (che poi ha vinto il trofeo): una delle sconfitte più umilianti della storia catalana. L’unico appiglio è la vittoria in campionato. Decisamente poco.

Che cosa vuole dire tutto ciò? Che lo sport – per fortuna non tutto – sta perdendo la propria caratteristica principale, la caratteristica che da sempre lo ha reso affascinante: la primazia del risultato. È chiaro che un calciatore del Liverpool avrebbe meritato di vincere il Pallone d’Oro. I Reds hanno vinto la Champions e stanno dominando il campionato dopo essere arrivati secondi lo scorso anno dietro il Manchester City. Avrebbe potuto vincere uno tra Van Dijk, Mané e Salah. E invece ha vinto Messi che probabilmente ha più sponsor dalla sua parte.

Cristiano Ronaldo

Un po’ quel che sta accadendo alla Juventus con Cristiano Ronaldo. Il portoghese ha un fatturato degno di una multinazionale e Maurizio Sarri è costretto a farlo giocare anche se non si regge in piedi. A turno, uno tra Dybala e Higuain – che oggi sono decisamente più in forma – sono costretti a rimanere in panchina perché non hanno lo stesso codazzo di sponsor del portoghese. Sono semplicemente – in questo momento – più forti sul campo. Non basta più. Come per la classifica del Pallone d’Oro. È la conferma che probabilmente il calcio è sempre meno uno sport e sempre più un business che prescinde dall’attività agonistica. Un po’ come la musica, il cinema, i videogames. Entertainment.

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Satelliti: cosa vedono e come

Mar, 12/03/2019 - 06:00

Informazione. Anzi: informazioni. Uno degli argomenti all’ordine del giorno è la libertà di circolazione delle informazioni.
In questo periodo sta facendo “notizia” l’abbandono della licenza Creative Commons da parte del quotidiano La Stampa e fino a qualche anno fa i dati ambientali raccolti dai satelliti (per altre informazioni si veda l’articolo pubblicato qui) erano di proprietà esclusiva di chi li raccoglieva, ma le cose stanno cambiando.

Se da un lato alcune risorse naturali, come per esempio l’Amazzonia, sono considerate un bene comune mondiale, non si capisce perché dati e immagini ripresi dall’alto non dovrebbero essere considerate nella stessa maniera. L’utilizzo di questi dati, oltretutto, in stragrande maggioranza è finalizzato da parte della comunità scientifica alla cura del Pianeta, più che all’ulteriore sfruttamento – anche perché chi sfrutta le risorse della Terra in linea di massima è in grado di pagare i dati, il cui costo è ininfluente rispetto alle economie scala possibili – ragione per la quale gli open data spaziali sono più che auspicabili.

La comunità spaziale internazionale sotto a questo punto di vista si sta muovendo. E la capofila è l’Europa. Già, perché se qualche segnale era arrivato dalla Nasa con la messa a disposizione gratuita delle immagini satellitari del programma Landstat, cosa che proseguirà anche con i prossimi passi dell’iniziativa, una svolta è stata data dalla Commissione Europea che ha dato mandato alla propria agenzia spaziale, l’Esa, di rendere accessibili dati e immagini del programma Copernicus che ha al suo interno le missioni Sentinel che possiedono un approccio integrato rispetto alle tematiche ambientali sia sotto al profilo dei fenomeni osservabili, sia dal punto di vista delle tecnologie.

Tradotto: l’Europa tiene sotto controllo il suolo, le aree forestali, le acque, sia marine, sia interne e anche fenomeni dinamici quali alluvioni, frane e altri tipi di dissesto idrogeologico. Un patrimonio di dati e immagini che è a disposizione di chiunque, privato o pubblica amministrazione voglia fare delle analisi ambientali di prima mano, per poi effettuare pianificazioni politiche e di gestione del territorio. Le risorse sono parecchie.

L’Esa infatti rende disponibili agli Stati Membri i Core Services che monitorano i mari, l’aria, il suolo, i cambiamenti climatici e che supportano anche la gestione degli eventi emergenziali. E non solo. Questi dati sono usati dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) che si occupa di formare delle mappe tematiche dell’Europa che consentono il controllo di ciò che succede a terra.

Open data per gli utenti

La disponibilità da parte dell’Unione Europea di questi dati in formato Open Data risponde a una sfida più ampia che è quella di sfruttare risorse caratterizzate da un alto valore aggiunto di per sé al fine di sviluppare servizi e applicazioni utili, sostenibili in senso economico, al fine di rispondere alle esigenze degli utenti. «Sono i cosiddetti servizi downstream, tra cui rientrano anche le applicazioni commerciali che costruiscano Valore Aggiunto su dati telerilevati da satellite – commerciali o Open. – afferma Massimo Zotti, uno dei migliori esperti italiani sull’argomento – I servizi downstream seri in realtà sanno sfruttare non solo i dati satellitari, ma anche le informazioni e gli altri dati resi disponibili dai servizi essenziali che vengono offerti dall’Unione Europea, i Core Services di Copernicus».

Sentinelle del cielo

Vediamo cosa fa nel dettaglio una delle missioni dell’Esa, la Sentinel. Ogni missione Sentinel si basa su due satelliti gemelli per assicurare una copertura adeguata e per fornire dati in “doppia copia” al fine d’avere il massimo d’affidabilità. In questa maniera si abbassa molto la possibilità d’errore o malfunzionamento visto che i dati di un satellite sono utilizzati come strumento di controllo verso il suo “collega” e viceversa. Si tratta di missioni che utilizzano tecnologie come il radar, che ha la particolarità di produrre informazioni dal suolo anche in presenza di coperture e di sensori per immagini multispettrali, indispensabili per il monitoraggio del suolo, delle acque e dell’atmosfera.

Sentinel-1 è una missione radar, diurna e in orbita polare per i servizi terrestri e oceanici. Sentinel-1A è stato lanciato il 3 aprile 2014 e Sentinel-1B il 25 aprile 2016. Sono stati lanciati da un razzo Soyuz partito dalla Guiana francese.

Sentinel-2 è una missione di immagini multispettrali ad alta risoluzione in orbita polare per il monitoraggio al fine di fornire, per esempio, immagini di vegetazione, copertura del suolo e dell’acqua, corsi d’acqua interni e aree costiere. La missione può anche fornire informazioni per i servizi di emergenza. Sentinel-2A è stato lanciato il 23 giugno 2015 e Sentinel-2B è stato seguito il 7 marzo 2017. 

Sentinel-3 è una missione multi-strumento per misurare la topografia della superficie del mare, la temperatura della superficie del mare e della superficie terrestre, il colore dell’oceano e il colore della terra. La missione supporta i sistemi di previsione degli oceani, nonché il monitoraggio ambientale e climatico. Sentinel-3A è stato lanciato il 16 febbraio 2016 e Sentinel-3B il 25 aprile 2018.

Sentinel-5P è il precursore di Sentinel-5 per fornire dati tempestivi su una moltitudine di gas in tracce e aerosol che influenzano la qualità dell’aria e il clima ed è stato portato in orbita su un lanciarazzi dal Cosmodrome di Plesetsk in Russia il 13 ottobre 2017.

Sentinel-4 è un payload (ossia è un satellite ospitato su un altro satellite di carattere commerciale) dedicato al monitoraggio atmosferico che verrà imbarcato su un satellite Meteosat di terza generazione (MTG-S) in orbita geostazionaria.

Sentinel-5 è un payload che monitorerà l’atmosfera dall’orbita polare a bordo di un satellite MetOp di seconda generazione.

Sentinel-6 trasporta un altimetro radar per misurare l’altezza globale della superficie del mare, principalmente per l’oceanografia operativa e per gli studi sul clima.

L’esperienza europea dimostra come l’utilizzo dei dati possa non essere solo rivolto verso il mondo scientifico, o governativo per analizzare fenomeni e decidere politiche, ma come sfruttando gli open data si possa sviluppare anche l’economia grazie alla creazione di nuovi servizi, per rispondere a nuove esigenze.

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Campioni del mondo!

Lun, 12/02/2019 - 15:00

La nazionale italiana di basket con sindrome di Down ha battuto in finale i padroni di casa del Portogallo 36 a 22. Terza sul podio la Turchia.
La squadra: Davide Paulis (28 punti solo lui), Antonello Spiga, Emanuele Venuti, Alessandro Ciceri, Andrea Rebichini, Alessandro Greco. 
Allenatori: Giuliano Bufacchi e Mauro Dessì.
L’anno scorso un’altra vittoria al campionato mondiale a Madeira, vinti anche gli europei del 2017.

Decisamente un dream team questi ragazzi.

Una bambola paraolimpica

La Mattel ha prodotto una bambola con le sembianze di Bebe Vio, la campionessa mondiale paraolimpica di scherma.

«Guarda mamma, I’m a Barbie girl» ha commentato Bebe Vio in un video.
«Da piccola mi divertivo ad ‘infilzare’ Ken facendo tirare di scherma la mia Barbie. Era il mio modo per convincermi che l’astuzia e la tecnica potessero annullare le differenze fisiche con il bambolotto maschio. Oggi, il solo pensiero che qualcun altro potrà farlo con il mio personaggio mi riempie il cuore e mi ricorda la responsabilità che ho nei confronti di molti bambini. Spero di non tradirvi mai e di poter essere sempre più una fonte d’ispirazione».

Giornata Internazionale delle persone con disabilità

Si festeggia domani 3 dicembre e Repubblica dedica un lungo articolo a Chiara Coltri, ambasciatrice paraolimpica che dichiara: «Nella società l’uomo pensa che la donna sia più fragile, che abbia bisogno di aiuto, il cosiddetto “sessismo benevolo“, anche perché tutti abbiamo bisogno di cure. Nello sport questa idea scompare: la donna che vince medaglie viene vista dall’uomo come una ragazza forte, che vince, che ce la fa benissimo da sola». Anche quando quella donna è in carrozzina.

Non solo sport

Si chiama Poti Pictures ed è  una casa di produzione cinematografica di Arezzo nata nel 2015 con attori con disabilità intellettive e fisiche.
«Siamo dei pazzi, non ci poniamo limiti. Questi ragazzi erano spesso chiusi in istituti o in case con genitori anziani. Ora invece si ritrovavano protagonisti di avventure horror o di storie epiche», spiega il regista Daniele Bonarini, 41 anni intervistato da Raffaele Nappi per il Fattoquotidiano.it.

La casa di produzione oggi conta 4 dipendenti (tra cui due con disabilità intellettive che hanno dei contratti da attore e una regolare busta paga), nel 2018 si è registrata ufficialmente al Mibact e in appena 4 anni conta oltre 100 riconoscimenti.

Leggi anche:
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Tampon tax, Iva al 5% solo per gli assorbenti biodegradabili (ma introvabili)

Lun, 12/02/2019 - 13:25

Per gli assorbenti bio, ovvero per quelli compostabili o lavabili, l’Iva si abbassa dal 22 al 5% secondo quanto appena approvato dalla commissione finanze della Camera. Se da un lato la misura vorrebbe incentivare l’acquisto dei tamponi ecofriendly, dall’altra questa categoria di assorbenti è molto meno diffusa, e naturalmente più costosa di tutte le altre, per le quali la tassa sui consumi resta al valore standard del 22%. L’ipotesi di abbassarla era stata bocciata per l’impatto ambientale di questi prodotti, evidentemente ritenuto inferiore dal nostro Parlamento a quello delle lamette usa e getta tassate al 4% esattamente come i beni di primaria importanza.

Da notare che l’Iva al 5% è più alta della tassa sui parcheggi o sul tartufo fresco, mentre quella al 22% per tutti gli altri assorbenti non inquadrati come bio, ma che rimangono un bene di prima necessità in media per 30 anni di vita di ogni donna, vengono tassati tanto quanto sigarettebenzina o automobili.

L’auspicio è quindi quello di favorire una conversione degli acquisti verso assorbenti biodegradabili, come quelli della Bottega della luna realizzati in cotone biologico o in alternativa le coppette mestruali riutilizzabili, come quelle di OrganiCup.

Al contrario dell’Italia, la Germania sta varando per il 2020 la stessa tipologia di taglio sull’Iva dal 19 al 7% senza tuttavia distinguere tra tipologia di prodotto, misura tra l’altro già in vigore in altri paesi europei come CiproRegno Unito e Francia. Unico esempio virtuoso europeo è l’Irlanda, che non applica tasse ai tamponi.

Leggi anche:
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Foto di PatriciaMoraleda da Pixabay

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Venezia e Mestre restano un unico Comune

Lun, 12/02/2019 - 11:25

L’affluenza complessiva al referendum consultivo è stata del 21,7 per cento, più alta a Venezia che a Mestre. Sullo stesso argomento si era votato già nel 1979, nel 1989 e nel 1994 (in questi il quorum era stato ampiamente raggiunto con la vittoria del No) e nel 2003 con l’affluenza al 39 per cento e il mancato raggiungimento del quorum.

Le città di Venezia e Mestre vennero unite nel 1926 in epoca fascista quasi contemporaneamente alla  nascita del polo Petrolchimico di Porto Marghera.

Allora il rapporto di abitanti tra i due poli era rovesciato rispetto a oggi:  Mestre contava poco più di 30mila abitanti mentre a Venezia risiedevano circa 175mila persone.

Oggi gli abitanti di Venezia sono meno di un terzo di quelli di settant’anni fa, mentre Mestre e le frazioni limitrofe ne contano oltre 180mila e i problemi sono molto diversi tra laguna e terraferma. I favorevoli alla separazione sostengono infatti che due amministrazioni distinte potrebbero affrontare meglio questi problemi e risolverli in modo diverso.

I contrari ritengono invece che la creazione dal nulla di un nuovo Comune andrebbe inutilmente contro le esigenze di praticità e controllo dei costi della spesa pubblica.

Nulla di fatto comunque, Venezia e Mestre rimangono un Comune unico, se ne riparlerà in un sesto referendum?

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Foto di Serge WOLFGANG da Pixabay

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Care banche, non siete più credibili

Lun, 12/02/2019 - 11:00

Non siete più credibili!
Le banche hanno perso il loro capitale di fiducia ma continuano a immaginare (basta guardare gli spot pubblicitari) “un mondo  che non c’è”  basato sui residui deliri di onnipotenza o, peggio ancora, su incompetenze e scarsa visione strategica.

Secondo il Barometro della fiducia di Edelman, la più grande società di consulenza in comunicazione e relazioni pubbliche a livello globale, la fiducia negli istituti finanziari è la più bassa registrata se paragonata ai livelli di fiducia di tutti gli altri settori di business.

Tuttavia, secondo una ricerca, fornitaci in anteprima, condotta da Trustpilot, la piattaforma di recensioni più influente al mondo, il settore del fin-tech costituisce un’eccezione. Più del 40% degli intervistati, infatti, ritiene che le aziende di questa branca del settore finanziario siano “altamente affidabili”.

Il motivo è semplice: queste attività nate in tempi più recenti non si portano dietro lo stesso pesante bagaglio delle aziende finanziarie tradizionali.

La sfida per queste giovani aziende è, dunque, quella di mantenere e rafforzare la fiducia dei clienti.

E per questo la riprova sociale è per loro un fattore essenziale.

Ma esiste un altro fattore determinante per queste start-up e scale-up: ascoltano il cliente!

L’importanza dell’esperienza del cliente è tale da pesare più dell’innovazione agli occhi dei manager di aziende fin tech. Secondo un sondaggio effettuato dalla società di ricerca e consulenza London Research, quasi la metà di esse (il 46%) è, infatti, dell’idea che ciò che realmente fa la differenza per il proprio business sia la qualità dell’esperienza del cliente, rispetto al 38% che ritiene “il prodotto/l’innovazione” il fattore più importante, solitamente visto come la stessa ragion d’essere di una start-up.

L’esperienza del cliente è, inoltre, ritenuta significativamente più importante della notorietà del brand (7%), della reputazione online (5%) e del prezzo (4%).

Per un cliente di una banca sembra quindi che non sia più importante, cosi come avveniva nel secolo scorso, esibire il libretto di assegni di Unicredit o di Deutsche Bank per accreditarsi agli occhi dei propri stakeholders, in primis i fornitori.

Eppure i ragionamenti che fanno i giovani manager delle fin-tech sono di una linearità logica che accentuano ancor di piu l’arretratezza e l’obsolescenza del management delle banche tradizionali.

Non sono sicuramente filantropi ma hanno capito che le start-up e le scale-up necessitano di trarre profitto dalla qualità dell’esperienza del cliente per ragioni di marketing. E da ciò che dice effettivamente il cliente e non ciò che, nelle indagini di customer satisfaction delle banche tradizionali, si fa dire al cliente! La ricerca mostra, infatti, che più di un terzo delle aziende che hanno partecipato al sondaggio (35%) reputa le recensioni positive “fondamentali” perché un cliente potenziale si trasformi in un cliente effettivo e il 47% le ritiene “importanti”.

Non fanno altro che trarre buon uso dell’insoddisfazione del cliente legata ai metodi tradizionali di operare delle banche “classiche”, usandola come opportunità per mettere in buona luce la propria attività.

Nonostante le aziende fin-tech possano sempre evidenziare il fatto di operare in un settore altamente regolato, sembra che la rassicurazione più efficace per i consumatori sia quella data dalle recensioni positive e dai punteggi alti lasciati dai clienti che già si affidano a loro.

Nel frattempo, dopo Facebook con la sua moneta (Libra), dal 2020 Google offrirà anche il suo conto corrente chiamato “Cache”.

I mostri stanno arrivando e, citando simpaticamente Pippo Baudo, “io lo avevo detto 5 anni fa” (Io so e ho le prove – Chiarelettere, ottobre 2014) e qualche illustre professore di finanza (e anche qualche illustre giornalista)  arricciava il naso disgustato da tanto catastrofismo.

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Incontri online, nel 2037 più di un neonato su due sarà un “e-bebè”

Lun, 12/02/2019 - 10:27

Entro i prossimi 20 anni al massimo, più di un bambino su due sarà un “e-bebè“, ovvero nascerà da coppie che si sono conosciute online. A sostenerlo è un’indagine condotta dagli studenti dell’Imperial College Business School di Londra per conto del sito di incontri online eHarmony.

Oggi una coppia su tre si conosce online

Dal rapporto, che si chiama “Future of Dating“, emerge che già entro il 2030 quattro bambini nati su 10 saranno e-bebè. Attualmente secondo i dati raccolti il numero di coppie che si conosce online sono in crescita e rappresentano un terzo del totale.

Le proiezioni effettuate indicano il 2037 come l’anno del “cambiamento”, in cui le coppie che si sono  conosciute tramite siti di incontri saranno di più di quelle che hanno avuto il primo approccio alla nella vita reale.

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E-bike e monopattini elettrici: la famiglia dei RAEE continua ad allargarsi

Lun, 12/02/2019 - 06:00

C’erano una volta vecchi frigoriferi, lavatrici e qualche radio. Differenziare le apparecchiature elettriche ed elettroniche dagli altri rifiuti era abbastanza semplice. Oggi, invece, la famiglia dei Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) è sempre più grande: le ultime “new entry” sono dispositivi che fino a pochi anni fa non esistevano, come le e-bike, i monopattini elettrici, gli hoverboard, gli auricolari bluetooth e i seggiolini antiabbandono, da poco diventati obbligatori.

Leggi anche: Bici contromano e “case” per ciclisti. Regole anche per i monopattini
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Sigarette elettroniche, droni e lampadine

Sono Raee tutti i rifiuti che hanno al loro interno una componente elettrica o elettronica. È un insieme estremamente variegato per tipologia, dimensioni e funzionalità: «Le nuove mode, ma anche i progressivi sviluppi sui prodotti che mettono al centro l’elettronica – spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight, consorzio nazionale non a fini di lucro che si occupa della gestione dei Raee, delle pile e degli accumulatori esausti – fanno sì che la famiglia dei Raee debba continuamente allargarsi per comprendere prodotti che fino anche a pochi mesi prima non venivano considerati dal mercato o addirittura non esistevano». Per fare alcuni esempi diventeranno parte di questa famiglia di rifiuti, una volta giunti al termine della loro vita, i robot aspirapolvere così come le biciclette a pedalata assistita, ma anche le sigarette elettroniche, i droni e i segway. Oltre agli smartphone rotti, ai telecomandi, alle stufe elettriche e alle lampadine, siano esse a risparmio energetico, a neon o a led. Prodotti molto diversi tra loro, ma accomunati dalla presenza al loro interno di una componente elettrica o elettronica e che condividono l’obbligo di seguire un preciso percorso di raccolta, trattamento e smaltimento.

Risorse da non sprecare

I Raee rappresentano un’importante risorsa per quanto riguarda i principi che muovono l’economia circolare: «Sono infatti riciclabili per oltre il 90% del loro peso, ottenendo importanti quantitativi di plastica, ferro, alluminio e vetro», spiega Dezio. «La corretta gestione di un RAEE inizia però dalla sua conoscenza: sapere che il monopattino elettrico o l’e-bike, che magari abbiamo appena regalato a nostro nipote, quando non funzionerà più dovrà essere conferito separatamente, è il punto di partenza per dare vita ad una catena di valore».

Leggi anche: Modelli di economia circolare per arrivare a “Zero waste”

Ecco come si smaltiscono

Per il corretto smaltimento di grandi apparecchi elettrici ed elettronici come lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, è necessario organizzarsi per il conferimento diretto all’isola ecologica del proprio comune o per il ritiro da parte delle aziende rifiuti urbane. È bene sapere che in caso di acquisto di un nuovo elettrodomestico è possibile richiedere, in base alla normativa attualmente in vigore, l’applicazione dell’Uno contro uno, ovvero il negozio da cui stiamo comprando è tenuto a ritirare il vecchio apparecchio, se lo chiediamo.

Per quanto riguarda invece lo smaltimento dei piccoli Raee come cellulari, tablet, telecomandi, asciugacapelli, radioline, frullatori, fotocamere, rasoi elettrici, chiavette usb, caricabatterie, non è necessario andare in discarica. Da luglio 2016 è infatti entrato in vigore il cosiddetto decreto “Uno contro zero“, secondo cui l’apparecchio fuori uso – la legge parla di una misura che non deve superare i 25 centimetri sul lato più lungo del prodotto – si può consegnare direttamente nei negozi che vendono questi dispositivi senza effettuare alcun acquisto.

Guarda anche:
Consigli utili su come sbarazzarsi dei propri vecchi Raee
Economia Circolare: come si riciclano i Raee

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Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… lei non sa DOVE sono io!”

Dom, 12/01/2019 - 10:00

L’On. Flavio Di Muro, dai banchi del Parlamento, chiede rispetto. Rispetto per il momento, rispetto per i veri sentimenti, rispetto per la sua persona.
E con lo stesso rispetto si rivolge – non al Presidente della Camera – ma alla Tribuna, dall’altra parte dell’Aula, e annuncia di voler fare una dichiarazione.

È suspense.

Lento, si china sotto il banco a cercare qualcosa e, tra la merenda e il cellulare, trova l’astuccio. È già aperto, pronto all’uso. Ma non contiene penne, bensì un anello.

Guardando un non luogo qualsiasi, verso l’alto – come ogni uomo lungimirante sa fare – dichiara con orgoglio a un puntolino tra mille altri puntolini: “Elisa, mi vuoi sposare?”.

Ora – manco il tempo di sapere se il puntolino Elisa abbia detto sì o meno (e se si trovi effettivamente in Aula) – alla sinistra del Deputato Di Muro, altrettanto Onorevole – forse solo più corpulento – è semplicemente entusiasta. 

Batte le mani con forza, esclamandoo “Braaaavooo”, si alza in piedi, e giù: pacche sulla spalla. Che scena virile, che uomo, queste sì che sono le Istituzioni che vogliamo.

Usciamo finalmente dai formalismi e dalle imposizioni: riscopriamo i sentimenti, riconosciamo il fascino della spontaneità e dell’urgenza,  avalliamo l’interesse privato in atti d’ufficio! Sarà bellissimo.

Ed ecco, dunque, qualche (altra) situazione a cui potremmo assistere senza scandalizzarci più di tanto da questo momento in poi:

  1. La domenica a mezzogiorno, il Papa si affaccia su piazza San Pietro. Si schiarisce la voce e dichiara:
    “2 kg di zucchine, una busta di insalata, una confezione di clementini (che quelli coi semi proprio non li sopporto). Il prosciutto tagliato sottile e senza grasso. Quattro ciriole. Accettate buoni pasto esteri?”
  2. Nel remake di “Via col vento”, al cinema, gli occhi di tutti sono lucidi. Rhett Butler ha lasciato Rossella, ma lei ha smesso di fare i capricci, lei è cresciuta, lei ce la farà. La musica sale, l’inquadratura si stringe. Lei si rivolge verso la sala e ispirata conclude: “Che qualcuno c’ha un euro?”
  3. Finale di Champion League. A seguito di un intervento dubbio in area, l’arbitro fischia rigore. Si scatena l’inferno. Ma il direttore di gara ha un’arma, dalla sua. Uno schermo che può mostrargli ogni episodio dubbio. Dopo 20 minuti di attesa, lo stadio comincia ad averne abbastanza. Una telecamera rompe il protocollo e si avvicina: l’arbitro sta riguardando l’episodio finale di Lost. (In effetti dubbio parecchio).
  4. Il sacerdote celebrando un matrimonio: “Scusate, chi ha segnato?”
  5. In chiusura di TG1: “Caro, butta giù la pasta!”
  6. Il Giudice in Tribunale: “Posso chiedere l’aiuto del pubblico?”
  7. Durante l’arresto di un Capo Mafia: “Ci sarebbe mio fratello che è disoccupato…”
  8. Braccia al cielo all’unisono alla finale olimpica del nuoto sincronizzato: “Stanno a posto le nostre ascelle?”
  9. Alla consegna del Nobel per la pace, il premiato racconta la vecchia barzelletta del “Cavaliere Nero”.
  10. Di fronte a centinaia di rifugiati, annegati, dispersi, disperati, il Ministro dell’Interno fa propaganda e dichiara: “È finita la pacchia!”

Ok, ok, forse è troppo: lo ammetto. Sul finale ho esagerato.

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Farmaci nell’ambiente, cresce la preoccupazione per gli animali e le persone

Dom, 12/01/2019 - 06:00

I farmaci sono contaminanti ormai rintracciabili in ogni parte del mondo e in ogni sistema, che sia un lago, un fiume o il suolo stesso. Succede perché i farmaci che assumiamo vengono in parte liberati nell’ambiente attraverso l’urina, o dispersi in vario modo, e si introducono negli organismi viventi per ingestione di acque contaminate, di pesci o carni di altri animali contaminati.

L’inquinamento da farmaci è un elemento di crescente preoccupazione per le potenziali conseguenze ambientali che può produrre, al punto che L’EMA (Agenzia europea per i medicinali) ha proposto alcune linee-guida regolatorie per valutare il rischio ambientale dei nuovi farmaci prima della loro registrazione. Secondo le indicazioni della Green Chemistry, un farmaco dovrebbe essere “benign by design”, cioè sicuro per l’ambiente sin dalla fase di progetto. Anche la Commissione Europea, alla luce dei dati che emergono dalle analisi ambientali, ha definito una serie di azioni per affrontare i rischi e le sfide legati ai rifiuti farmacologici.

Abbiamo parlato di questa problematica con la Dott.ssa Vitalia Murgia, Medico Chirurgo Pediatra collaboratrice dell’ISDE Italia (Associazione Medici per l’Ambiente).

In quali fasi possono diffondersi i farmaci nell’ambiente? Perché li troviamo davvero ovunque?

«I residui dei prodotti farmaceutici possono diffondersi nell’ambiente in molti modi: in fase di produzione, in fase di utilizzo e nello smaltimento.

La fonte primaria della presenza di farmaci nell’ambiente è il loro uso, più che la produzione in sé, e le modalità con cui si diffondono nell’ambiente possono variare a seconda che essi vengano usati per il trattamento dell’uomo o degli animali. I farmaci sono considerati contaminanti “emergenti”, o sarebbe meglio dire “contaminanti di preoccupazione emergente”. Questa preoccupazione nasce dalla presenza ubiquitaria di queste sostanze nell’ambiente: specchi d’acqua, fiumi, terreni, e da alcune loro caratteristiche peculiari che li rendono pericolosi, proprio per come sono stati “progettati”.

I farmaci devono infatti “durare” a lungo, devono avere una notevole stabilità che ne limita la biodegradabilità e per questo persistono per tempi piuttosto prolungati nell’ambiente. Inoltre il comportamento ambientale dei farmaci e dei loro metaboliti è in gran parte sconosciuto. Possono essere biologicamente attivi anche a basse concentrazioni, essere tossici (es. i farmaci oncologici), oppure attraversare le membrane biologiche, oppure avere più di queste caratteristiche al contempo».

Ci può fare un esempio concreto, in base ai dati in vostro possesso, che dia un’idea delle quantità presenti nell’ambiente in Italia?

«Prendiamo ad esempio il fiume più grande in Italia, il Po. Nel suo quarto punto di campionamento (denominato Po-S4), i carichi misurati (Fonte Istituto Mario Negri) corrispondono a circa 22 kg di farmaci vari immessi al giorno in acqua, a loro volta corrispondenti a 8 tonnellate di vari farmaci che transitano nel fiume Po all’anno.

Fiumi più piccoli, come l’Arno e il Lambro portano ovviamente carichi minori ma pur sempre significativi di farmaci. Lo stesso vale a livello europeo e mondiale. Cambiano i tipi di farmaci presenti e le quantità: specialmente dove molte malattie sono più diffuse per scarse condizioni igieniche e povertà o non ci sono impianti di depurazione (che un po’ riescono a trattenere alcuni farmaci), ma anche dove non viene fatta la raccolta differenziata per i farmaci – ovvero in moltissime parti del mondo – questa presenza è ancora più alta.

Si pensi che persino negli Stati Uniti una recente indagine su un campione di consumatori ha messo in luce che il 55% di loro li getta nell’immondizia e il 35% direttamente nel water. È ovvio che poi li si ritrovi in ogni parte dell’ecosistema».

Questo genere di inquinamento non ha conseguenze uguali per tutte le specie. Quali sono i rischi a oggi comprovati e per quali organismi?

«Il problema dell’inquinamento causato da alcuni farmaci determina rischi comprovati per la fauna in particolare.

Sono dimostrati effetti femminilizzanti e riduzione della fertilità nei pesci e nelle rane, disturbi del comportamento in molte specie animali, mortalità diffusa in specie sensibili a particolari farmaci. Cito un caso, una moria di avvoltoi causata dal consumo di diclofenac (un antinfiammatorio il cui uso è molto diffuso in zootecnia), ingerito, anche in bassissime dosi, mangiando carcasse di animali trattate con il farmaco. Gli avvoltoi sono molto sensibili a questo farmaco che anche in dosi minime provoca loro danni renali così gravi da portarli alla morte.

Desta molta preoccupazione la presenza nell’ambiente di farmaci che agiscono come interferenti endocrini, cioè sostanze che mimano l’azione di alcuni ormoni, e la presenza di residui di antibiotici che possono creare fenomeni di resistenza batterica pericolosi per la salute umana e animale. Per il futuro si teme che il fenomeno possa incrementarsi ulteriormente perché l’aumentata sopravvivenza, in particolare nei paesi sviluppati, porta all’uso estensivo di farmaci e molte persone ne assumono più d’uno contemporaneamente (in età avanzata alcune persone possono assumere anche fino a 10-12 molecole al giorno). Si tratta, insomma, di un fenomeno che non può più essere trascurato».

Cosa può essere fatto fin da subito?

«La Commissione Europea si sta facendo carico del problema e nel marzo 2019 ha presentato al parlamento Europeo una comunicazione sull’“Approccio strategico dell’Unione europea riguardo all’impatto ambientale dei farmaci”.

Medici e farmacisti sono gli interlocutori diretti dei pazienti per quanto riguarda il corretto uso dei farmaci e possono fare molto, ciascuno nel suo campo di azione, per limitare l’entità del fenomeno e prevenire la diffusione dei farmaci nell’ambiente. Possono fare molto anche i cittadini, con il corretto smaltimento ed evitando l’abuso.

Altro tassello fondamentale, la “progettazione ecologica” per lo sviluppo di farmaci con un minor impatto ambientale, la promozione dell’impiego di metodi di fabbricazione più rispettosi dell’ambiente, di metodi più efficaci di depurazione delle acque, e infine il ruolo fondamentale che i professionisti della salute possono svolgere nel comunicare ai pazienti il miglior utilizzo e smaltimento dei farmaci».

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Le società matriarcali erano avanti! Ultima parte

Sab, 11/30/2019 - 11:00

Prima parte
Seconda parte

E abbiamo anche un altro documento incredibile che racconta il primo incontro tra gli Spagnoli di De Leon che arriva con un gruppo di 600 guerrieri e il capo della guerra – i Calusa non avevano un re ma dei capi che venivano nominati soltanto nelle emergenze – e questo capo di guerra parla spagnolo perché dai naufragi non volevano soltanto imparato le tecnologie o prendere il Dna ma hanno voluto conoscere la lingua e abbiamo la cronaca di un cronista di questa spedizione che ci racconta il dialogo.

De Leon dice: «Sottomettetevi al re di Spagna, al nostro Dio» e il Calusa risponde: «Noi sappiamo chi siete voi perché già altri sono venuti e ce l’hanno detto, sappiamo che siete ladri e assassini e con voi non ci potrà essere pace, solo guerra e siccome sappiamo che siete bravi a combattere in campo aperto abbiamo deciso di attaccarvi con le imboscate e vi ammazzeremo tutti. E, per inciso, voi che venite qui a combattere, qui morirete e non lo state facendo per la ricchezza vostra e dei vostri figli ma per il Re di Spagna: siete dei coglioni».

Dopodiché li massacrano tutti e il Re di Spagna dopo 5 spedizioni che finiscono in un macello vieta la colonizzazione della Florida perché abitata da mostri.

E questa popolazione continua a ospitare indiani che scappano dalla conquista, neri che scappano dalla schiavitù, bianchi rinnegati, a un certo punto cambia nome e sono i Seminole, l’unica popolazione indigena di tutta l’America che non viene mai sconfitta.

Seminole invincibili

Negli anni ’70 scoprono che nei trattati di pace con gli Stati Uniti d’America c’è una clausola che dice che non devono rispettare le leggi nazionali ma solo quelle federali, quindi aprono dei Casino in tutti gli stati in cui è vietato aprirli e diventano ricchissimi. Oggi un terzo di Las Vegas è in mano ai Seminole, sono proprietari degli Hard Rock Cafè, del Tabacco Pueblo e American Spirit. I loro tre prodotti sono quelli che fanno molto male ai bianchi: gioco d’azzardo, alcol e sigarette. Perché loro sono ancora in guerra e sono invincibili.

Questo per raccontare quanto questa concezione sia esattamente il contrario di quella che abbiamo noi oggi: noi temiamo l’invasione degli extracomunitari, dei neri, degli arabi, abbiamo paura che ci colonizzino. Queste popolazioni sono partite dal contrario, hanno resistito per 5 secoli perché combattevano contro i bianchi ma se i bianchi si volevano unire a loro, rispettavano le loro leggi li accettavano, accettavano altre tribù che erano state loro nemiche, accettavano i neri, chiunque volesse vivere in pace con loro faceva l’amor con loro.

È una cosa grandiosa.

C’è una grande ricerca che sto cercando di fare e vorrei che altri mi aiutassero che va a rintracciare la storia della società matriarcale nei millenni, quello che è restato, le tracce che ci dimostrano non solo che esistevano ma ci dimostra la loro grandezza.

La cultura dei Bantu

Un esempio meraviglioso è la storia della scoperta della cultura presso i Bantu. Nella nostra Genesi è raccontata la storia di Eva che mangia la mela dall’albero della conoscenza e da quell’atto arrivano tutte le disgrazie.

La storia dei Bantu è completamente diversa: gli esseri umani scoprono che il dio del cielo ha il fuoco e lo vogliono anche loro e allora partono i più grandi guerrieri e con scale e armi riescono ad aggrapparsi alle nuvole e arrivano in cielo dove trovano un nano che prendono in giro, deridono. Il nano si arrabbia e li butta giù a calci.

Allora parte un altro gruppo di eroi, ancora più eroici e subiscono la stessa sorte.

A questo punto si fa avanti una ragazza che dice: non capite niente, ci penso io.

Arriva su, incontra il nano e invece di prenderlo in giro canta e balla con lui, probabilmente in una tradizione più antica non si tratta solo di canto e danza. Il nano è entusiasta di questo incontro e fa salire la fanciulla nel secondo cielo dove c’è un secondo nano e ancora lei balla e canta con lui e così via per sette volte. Sette nani…

Passato anche il settimo, il nano entusiasta le dice: «Ti faccio salire da mio padre». Lei sale nell’ottavo cielo e il padre le dice: «Visto che sei stata così gentile con i miei figli che son piccolini ma simpatici e tutti li prendevano in giro ti regalerò non solo il fuoco ma anche la medicina, l’astronomia, la matematica, ecc».

Esattamente il contrario di quello che è accaduto a Eva…

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Foto di USA-Reiseblogger da Pixabay

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Dolore dei bimbi in pronto soccorso, gli esperti: “Troppo spesso ignorato”

Sab, 11/30/2019 - 06:00

Sei bambini su dieci che arrivano in pronto soccorso avvertono dolore. A volte lo riportano come sintomo prioritario, altre come sintomo di accompagnamento. Eppure nelle sale d’emergenza italiane la percezione del dolore da parte dei più piccoli viene ancora troppo spesso ignorata, trascurando un elemento centrale per il benessere dei bambini e dei loro genitori e per l’instaurarsi di un rapporto di fiducia tra le famiglie e il personale sanitario che prende in cura i bimbi.

Non riconoscere il dolore pediatrico peggiora la qualità della vita

Sebbene negli ultimi anni siano stati fatti importanti progressi a livello clinico sia nella misurazione del dolore pediatrico, sia nella definizione di un adeguato approccio terapeutico per affrontare il dolore nei bambini, dal punto di vista farmacologico e non solo, «il 60% dei bambini che giunge in pronto soccorso presenta dolore come sintomo prioritario o di accompagnamento. Tuttavia il dolore dei bambini ancora troppo spesso non viene preso in considerazione in maniera adeguata e ne peggiora la qualità della vita, incrinando talvolta la relazione tra i familiari e gli operatori sanitari». Il dato arriva dallo studio PIPER (Pain In Pediatric Emergency Room), volto a valutare la capacità di trattare il dolore pediatrico nei pronto soccorso italiani, e a parlarne è Franca Benini del Centro Veneto per la Terapia del Dolore e Cure Palliative Pediatriche dell’Università di Padova, che ha presentato i risultati della ricerca che ha coinvolto 46 sale pronto soccorso in tutta Italia nel corso del XXXI Congresso nazionale dell’Associazione culturale pediatri (Acp).

Lo studio PIPER

Obiettivo dello studio PIPER era fornire un aggiornamento sulla gestione del dolore nei bambini nei pronto soccorso italiani analizzando la qualità̀ dell’approccio terapeutico attraverso la somministrazione di un questionario ai pronto soccorso partecipanti. Iniziata nel 2009, l’indagine ha visto coinvolte 46 sale di emergenza italiane che nel periodo preso in considerazione dallo studio hanno conteggiato globalmente più di 900 mila accessi. Dall’analisi delle risposte fornite al questionario è emerso che il 74% dei centri misura il dolore del piccolo paziente in pronto soccorso durante il triage effettuato dagli infermieri, e che nell’80% dei casi questo dato viene registrato in cartella clinica dal momento che il dolore in due casi su tre è un sintomo sufficiente per assegnare il codice di accesso al pronto soccorso. Per quanto riguarda il personale medico che lavora nelle sale d’emergenza, è emerso che il 56% dei medici (quindi poco più di uno su due) misura sempre il dolore al momento della prima visita e che il 28% (poco più di uno su quattro) lo rivaluta anche successivamente per misurare l’efficacia della terapia impostata.

Piccoli cambiamenti, grandi passi in avanti

Se da una parte, si legge in una nota dell’Acp, le conclusioni dello studio sottolineano che la corretta gestione del dolore nel bambino nell’emergenza/urgenza rappresenta un obiettivo ancora da raggiungere, dall’altra evidenziano però che per fare significativi passi in avanti basti poco: «La sola adesione allo studio PIPER ha portato nell’80% dei centri partecipanti a un cambiamento significativo nel corretto uso dei farmaci antidolorifici e a una maggiore sensibilità sulla tematica della gestione del dolore. Nell’89% dei centri si è dato avvio a percorsi formativi sul tema, nel 59% alla proposta e allo sviluppo di protocolli di gestione e nel 72% all’introduzione di nuovi strumenti per la misurazione del dolore».

Investire nella formazione

Poiché ampi miglioramenti sono possibili – oltre che auspicabili – gli esperti spiegano che molto si può fare soprattutto nell’ambito della formazione del personale sanitario, affinché medici e infermieri del pronto soccorso siano in grado di avere gli strumenti adeguati per valutare e gestire al meglio il dolore del bambino, fattore ancora troppo spesso trascurato a scapito del benessere dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.

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Frozen 2 delude, ma non è una sorpresa

Ven, 11/29/2019 - 14:26

Una storia con un’eroina non è necessariamente una storia femminista. E Frozen non lo è mai stata, sebbene ne conti ben due. La vicenda gira attorno a due sorelle principesse: la più anziana Elsa ha poteri magici e le sue mani schizzano ghiaccio, ma i suoi genitori le fanno indossare dei guanti a vita perché lei, pasticciona drammatizzata, con questo super potere sa fare solo guai, tipo ferire la sorella. Va a finire che i guanti non li toglie mai davvero, neppure una volta divenuta donna. In esilio dal suo regno come una strega – che ha il potere di creare uomini di neve viventi – non riesce mai a fare qualcosa di utile. Tutto quello che emerge, alla fine, è la sua abilità di cantante, oltre ovviamente alla sua bellezza, di perfetto accordo con i suoi abiti stupendi, cosa che giustifica i miliardi di euro in merchandising. Elsa è ben più bella, bionda e alta della sorella minore: altro che collaborare, quel che resta in mente è una futile gara di bellezza, per di più tra sorelle, che rispecchia i più tradizionali cliché.

Detto questo, i messaggi del film restano un po’ imbarazzanti anche altrove: sempre troppo semplici, anche per i bambini. Si va dal concetto che sopprimere il tuo sé autentico è molto pericoloso; al fatto che la paura sia un’emozione negativa; mentre l’amore è positivo e trionfa. Il meta-livello si spinge fino al punto che le principesse in pericolo non hanno bisogno di un maschio per salvarsi: grazie mille! Ma per il 2013 – anno di uscita di Frozen – l’idea che le donne possano avere una storia indipendente dagli uomini non sembra una novità così significativa. Tra una cosa e l’altra, Anna poi si sacrifica per la sorella, in perfetto stile crocerossina.

Frozen 2, nessun messaggio progressista

Tuttavia il primo Frozen, almeno terminava con un vero bacio d’amore tra sorelle adoranti e, questo, nel tempo in cui comunque viviamo, è stato effettivamente considerato blandamente rivoluzionario. Il film aveva criticato la narrativa della principessa immobile: e questo era sufficiente per definirlo femminista. Con Frozen 2 le cose peggiorano: chi si aspettava una storia finalmente progressista resterà deluso.

Elsa inizia un’altra avventura, con la sorella Anna al seguito. Le due eroine emergono dal loro viaggio più forti e più intelligenti di prima, ma il più grande cambiamento di Frozen 2 potrebbe riassumersi nel fatto che Elsa arriva a indossare i pantaloni. Non ridete, dopo “Volevo i pantaloni” degli anni ’90 questa necessità potrebbe sembrarvi poco: ha comunque un senso per un’Elsa che fino a ieri combatteva gli elementi correndo sugli iceberg con un abito scollato, fatto di veli, e con lo strascico. Adesso ha guadagnato qualcosa di più pratico e se vi sembra poco, non lo sarà per quei poveri genitori che dopo i due anni di vita non riescono – e chissà come mai! – a infilare niente di diverso che gonne in tulle alle loro figlie femmine. (E sia chiaro: Elsa non abbandona completamente le gonne – aggiunge solo un paio di pantaloni al repertorio.)

I personaggi passano il tempo a dirsi a vicenda cosa provano, in una tendenza suicida che è parlare invece di mostrare: l’anticinema. Vestiti e rapporti di superficie sono la chiave di un sequel davvero mal riuscito.

Mentre Elsa è tecnicamente una creazione Disney di appena sei anni fa, la sua origine è ancora radicata in una fiaba pubblicata nel freddo nord Europa nel 1845. I vincoli di quella storia – qualcuno deve governare il suo regno nevoso e indossare le gonne grandi e avere il reale matrimonio, anche se non è lei – si sentono tutti, e rendono impossibile anche per il Frozen 2 della Disney evolversi nella storia moderna che gli autori avevano annunciato.

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Sciopero, il FridaysforFuture cerca le sardine

Ven, 11/29/2019 - 14:16

Il FridaysforFuture, movimento giovanile che lotta ai cambiamenti climatici ispirandosi all’attivista svedese Greta Thunberg, si svolge oggi in tutto il mondo per il quarto appuntamento a cui certo non rinunciano gli studenti italiani, che stanno manifestando in tutte le città. Nella scorsa Climate Action Week, tra il 20 e il 27 settembre 2019, hanno scioperato oltre 7,5 milioni di ragazzi in 130 paesi. Questa volta i promotori dello sciopero hanno fatto anche un promettente appello all’ormai famoso movimento delle sardine: “Siamo convinti che obiettivi per cui entrambi lottiamo siano complementari e spesso coincidano“, scrivono in una lettera aperta

Una data speciale

La data, il 29 novembre, non è casuale: siamo a una settimana dalla COP25 (United Nations Climate Change Conference), la conferenza ONU sui cambiamenti climatici che parte il 2 dicembre a Madrid. “Dobbiamo comprendere insieme come contrastare il grave problema dei cambiamenti climatici tramite l’Università e la Ricerca, con ciò che studiamo quotidianamente ogni giorno. Sono previste iniziative già a Roma Tre, Sapienza, Cosenza, Padova, Firenze, Bologna, Bari e tante altre università”, oltre a scuole medie e superiori. ha detto all’Ansa Camilla Guarino, coordinatrice nazionale di Link Coordinamento Universitario. Ma oggi è anche il famigerato Black Friday, che si invita a boicottare a favore del Green Friday.

Tra le richieste del movimento: “La prima è uscire dal fossile: raggiungimento dello zero netto di emissioni a livello globale nel 2050 e in Italia nel 2030, per restare entro i +1.5 gradi di aumento medio globale della temperatura”. La seconda è che “la transizione energetica sia attuata su scala mondiale”. Terzo “rompiamo il silenzio, diamo voce alla scienza: questa riduzione delle emissioni è geofisicamente possibile. La scienza e la tecnologia per questa transizione ci sono. Sappiamo come fare, manca la volontà politica ed economica per farlo”.

Come già avvenuto l’ultima volta, anche docenti e personale ATA sono coinvolti nello sciopero, che quindi tocca anche materne e nidi.

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La carne bio non aiuta il clima

Ven, 11/29/2019 - 14:00

Mangiare carne “biologica” non aiuta l’ambiente. Lo sapevamo già, ma uno studio della Cranfield University, pubblicato su Nature Communications, smonta definitivamente uno dei princiapli luoghi comuni sul consumo di carne. L’allevamento bio è più rispettoso dell’ambiente e delle biodiversità. Chi vive in una zona dove si coltiva o si alleva in modo bio mangia meglio e gode di una qualità dell’aria migliore: il biologico infatti abbatte le emissioni nocive degli allevamenti “intensivi”, dove cioè un gran numero di animali è compresso in aree ristrette e spesso in grave sofferenza. Si stima che il 15% del totale mondiale delle emissioni di gas serra è di origine zootecnica.

Tuttavia la modalità di produzione bio ha una resa in quintali di carne per ettaro molto inferiore rispetto all’intensivo. Proprio come per l’agricoltura bio, usando meno fertilizzanti e diminuendo lo sfruttamento del terreno (facendolo ad esempio “respirare” con la rotazione delle colture) si avrà una migliore qualità dell’aria, ma meno raccolto.

Secondo lo studio, se tutte le aree agricole e zootecniche del Regno Unito si convertissero al biologico, ci sarebbe un calo locale delle emissioni a effetto serra del 20% per le colture e del 4% per gli allevamenti, ma ci sarebbe un crollo della produzione addirittura di un -40%, con conseguente aumento delle importazioni compensative o del suolo adibito. In Europa il consumo di suolo a questo scopo dovrebbe moltiplicarsi per 5, mediamente, dicendo quindi addio a buona parte di parchi e foreste. 

L’unica soluzione, conferma lo studio, è cambiare schema di alimentazione, riducendo i consumi di carne (come succede ad esempio in Argentina!): molto meno, come suggerisce anche una proposta Onu, ma biologica. Allora sì che la conversione al biologico porterebbe un vero taglio alle emissioni globali.

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Black friday, occhio agli acquisti compulsivi

Ven, 11/29/2019 - 13:13

Con il black friday occhio all’acquisto compulsivo. Se è vero – ormai diversi studi lo dimostrano – che fare shopping fa bene alla salute perché comporta esercizio fisico (andare per negozi e vetrine) e favorisce la riduzione dello stress, giornate di sconti come il black friday possono però portare a fenomeni di acquisto irrefrenabile definiti «consumopatie».

«Studi scientifici hanno provato l’utilità dello shopping segnalando tra i benefici riconosciuti l’esercizio fisico, la riduzione dello stress e dell’ansia e l’aumento del buonumore – spiega Eleonora Iacobelli, psicologa e presidente Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) –. Tuttavia è necessario prestare attenzione perché dagli effetti positivi alla patologia il passo è breve».

Difficile demarcare confine netto

La psicologa spiega che è molto difficile demarcare un confine netto tra ciò che può essere definito «acquisto normale, esigenza o piccolo sfizio» e i fenomeni di acquisto compulsivo definiti «consumopatie», che consistono nel bisogno di fare «spese frequenti e ripetute di oggetti talvolta non necessari».

Leggi anche: Back friday: come evitare le truffe

Il campanello d’allarme

Come fare ad accorgerci che siamo entrati nel vortice dell’acquisto compulsivo? Basta prestare attenzione a cosa succede una volta rientrati a casa con i frutti del nostro shopping: se la sensazione di esaltazione per il nuovo acquisto lascia subito il posto alla delusione, vuol dire che qualcosa non va.

Quattro consigli contro gli acquisti compulsivi

Ecco quattro consigli che possono aiutarci contro la febbre da shopping:

  • fare un elenco di ciò che è essenziale
  • andare a fare shopping con una persona che sappiamo essere in grado di dissuaderci da spese inutili
  • pagare in contanti per avere maggior consapevolezza della spesa effettuata
  • fissare un budget e valutare bene quali acquisti fare, selezionando solo oggetti il cui costo rientri nella cifra stabilita
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Operazione “Ombre Nere”: arrestate 19 persone

Ven, 11/29/2019 - 11:13

Ai vertici una 50enne, Antonella Pavin, padovana che si definisce il Sergente Maggiore di Hitler – chissà chi è il generale – e il gruppo ha eletto anche Miss Hitler, ovviamente bionda e tatuata con tutti simboli del caso.

In casa della “signora” i poliziotti della Digos hanno trovato il modulo di adesione al partito neonazista e un documento programmatico in 25 punti. L’indagine che ha coinvolto gli uffici  di Siracusa, Milano, Monza Brianza, Bergamo, Cremona, Genova, Imperia, Livorno, Messina Torino, Cuneo, Padova, Verona, Vicenza e Nuoro è durata due anni, i 19 sono indagati per costituzione e partecipazione ad associazione eversiva e istigazione a delinquere

Esponente di spicco della banda anche un pluripregiudicato, Pasquale Nucera, esponente di spicco della ‘ndrangheta, che aveva il compito di  formare le ‘milizie‘ di chiara matrice filonazista, xenofoba, antisemita e negazionista.

La Spa ad Auschwitz

Intervistata da Repubblica la Pavin ha dichiarato:
«I sionisti comandano il mondo, guidano le banche, decidono sulle politiche dell’immigrazione. Sono la rovina dell’umanità. L’Olocausto è una fandonia».
Ha mai ascoltato Liliana Segre?
«Lasciamo perdere Liliana Segre, ne avrei da dire. Ad Auschwitz c’erano piscina, teatro, cinema. Non è andata come la raccontano».
Suo marito la pensa come lei?
«No, lui vota Salvini».

Un moderato in confronto alla moglie.

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I 10 migliori film musical

Ven, 11/29/2019 - 10:00

Le sue origini erano nelle opere di gran successo a Broadway e nei teatri di Londra, poi con l’avvento del sonoro il cinema s’impossessa del genere musical. Fantastici movimenti coreografici nel corso del secolo breve hanno accompagnato storie semplici che nel corso del tempo hanno abbandonato le semplici vicende amorose per bagnarsi proficuamente negli avvenimenti politici e nella migliore contaminazione con le culture pop e rock. Il musical al cinema è l’America fatto salva qualche eccezione. Ho scelto per voi i miei migliori dieci film di un genere che ha prodotto innovazioni, sogni, canzoni indimenticabili, star di prima grandezza, trame da operetta e metacinema da Oscar.

BLUES BROTHERS di John Landis, 1980

Un regista geniale come un barman di Chicago mette in scena elementi comici, demenziali e disastrosi. La storia di due fratelli vestiti di nero è strettamente legata alla ricostituzione di una band che suona il rhythm’n’blues. John Belushi e Dan Aykroyd già affermati diventeranno la nuova coppia comica del cinema americano ed entrano nell’immaginario collettivo globale. Il blues ritmato e non triste e iettatorio diventa mainstream per i giovani in tutto il mondo grazie ai classici riarrangiati e splendidamente coreografi che mettono in campo la cultura black di Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown, John Lee Hocker, Cab Calloway. Oggi anche gli ultrà dello stadio cantano “Minnie the moucher” perché l’hanno appresa dal film. C’è spazio pure per country e rock ’n’roll. Cult movie che non perde smalto nel corso del tempo. Si vede e si rivede sempre recitando battute e citazioni che hanno fatto soprattutto di Belushi il controeroe dissacrante di una generazione.

CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA di Stanley Donen e Gene Kelly, 1952

A pretesto il passaggio complesso dal cinema muto a quello sonoro di un famoso attore che fa coppia con un’attrice antipatica e che si avvale per superare il problema di un amico e di una cantante. L’intreccio aggiunge che i l fan credono che i due attori del muto siano fidanzati da tempo, ritenendoli addirittura una coppia modello del cinema e ciò rende lei ancora più antipatica e insopportabile. Secondo Morandini “una delle migliori commedie musicali sulla storia di Hollywood”. Guerra dei sessi con momenti coreografici indimenticabil, regia di altissimo livello e siparietti comici che non hanno perso freschezza e vigore.

CAPPELLO A CILINDRO di Marck Sandrich, 1935

Nureyev considerava Fred Astaire il miglior ballerino del Novecento. In coppia con Ginger Rogers nei dieci film che hanno girato assieme una delle più celebri coppie della storia del cinema ma questo è sicuramente quello meglio riuscito. Fred è un ballerino e Ginger un’indossatrice. Sceneggiatura densa di equivoci, ingredienti degni di commedia plautina e tecniche alla Goldoni che si avvalgono di strepitose coreografie che ricostruiscono in studio anche Londra e Venezia. I tacchi scandiscono un ritmo indiavolato di tip tap funambolico, esibizione in teatro con Fred nel celebre numero in cui abbatte i ballerini con il bastone adoperato come fucile. Nella colonna sonora anche un accenno di tarantella italiana. La canzone “Cheek to cheek” diventerà un classico.

LA LA LAND di Damien Chazelle, 2016

Un pianista jazz e un’aspirante attrice si innamorano mentre sono entrambi impegnati a inseguire le proprie ambizioni e i propri sogni, ma le cose cambiano non appena cominciano a raggiungere il successo. A Los Angeles rinasce il genere omaggiando e citando la grande storia del musical cinematografico. Ambientato lungo l’arco delle quattro stagioni poggia sul grande talento artistico e carismatico di Emma Stone e Ryan Gosling. Spettacolari coreografie realizzate per strade e negli studios. Riflessione incantata ma reale sulla società dello spettacolo e le difficoltà del successo che attraverso la regia determinata di un giovane riattualizza i canoni del genere. Chezelle ha affermato di aver preso un vecchio musical e lo ha calato “nella vita reale in cui le cose sempre non funzionano”. Sei Oscar e pioggia d’incassi in tutto il mondo.

WEST SIDE STORY di Robert Wise, 1961

Prendi “Romeo e Giulietta”, trasforma i Montecchi e i Capuleti in due bande dei quartieri popolari della Grande Mela e con le musiche di un certo Bernstein che avevano trionfato a Broadway nell’omonimo musical e avrai un clamoroso successo premiato con dieci Oscar che ne fanno un classico purtroppo spesso dimenticato dalle programmazioni televisive e sconosciuto alle giovani generazioni. Canzoni stupende, coreografie meravigliose spesso girate dal vero nelle strade dove è ambientata la tragica storia che si avvale anche della recitazione di Natalie Wood ma è doppiata nelle canzoni. L’attenzione ai temi sociali e le tecniche innovative riformarono il genere.

CABARET di Bob Fosse, 1972

Da un successo di Broadway la storia ambientata nella Berlino nazista di una spogliarellista che canta in un cabaret trasgressivo e decadente e arrotonda accompagnandosi a ricchi signori. Ispirato a Kurt Weil e Brecht è secondo Mereghetti “uno dei musical moderni più riusciti e famosi in perfetto equilibrio tra vis comica e tensione drammatica”. Una superlativa Liza Minnelli, figlia del grande regista di musical Vincent e di Judy Garland, canta e diventa un’icona dello mondiale. Il film mette in spettacolo la vita quotidiana della Repubblica di Weimar in un titolo che divide la critica. Mi metto dalla parte di chi lo considero punto di svolta del musical adulto. Otto Oscar.

HAIR di Milos Forman, 1979

La guerra del Vietnam attraverso una recluta che dalla provincia arriva a New York e incontra gli hippy pace amore e libertà era la materia di uno dei primi musical alternativi di successo che aveva destato inevitabile scandalo tra i benpensanti e convinta adesione tra liberal e aderenti al Movimento di contestazione alla guerra sporca. Ci vorranno anni per trasportarlo al cinema grazie ad un regista geniale profugo dalla Cecoslovacchia comunista e diventato americano. Il film è molto innovativo come annota Morandini perché “il suo ritmo non è scandito dai numeri musicali, ma dal montaggio che costruisce i balletti”. Le canzoni “Aquarius” e “Hair” restano come inno pacifista, “Let the sun shine” nel finale costruisce una riuscita tensione drammatica evitando l’happy end e costruendo un revival indelebile della controcultura americana.

GREASE di Randal Kleiser, 1978

John Travolta fresco reduce del successo della “Febbre del sabato sera” fa coppia perfetta con Olivia Newton John in un musical preso da Broadway e che diventa il musical di maggiore incasso tratto dalla cultura e dallo stile di vita anni Cinquanta. Molto scanzonato e perfettamente ballato contamina il musical classico con la cultura dei fumetti e l’intrattenimento divertente dell’ultimo anno di scuola all’epoca in cui i giovani erano finalmente diventati consumatori necessari. Senza pretese sociologiche divenne un classico creando identificazione e revival nei teenagers di tutto il mondo occidentale che iniziarono ad usare brillantina, cotonature e giubbotti di pelle. Sempre bello da rivedere.

IL MAGO DI OZ di Victor Fleming, 1939

Primo film con alcune sequenze a colori (“Il cantante di jazz” era stato invece il primo film sonoro della storia del cinema a riprova del carattere innovativo del musical) che va ascritto oltre che al regista di “Via col vento”al genio, anche ad Arthur Fred il più celebre producer di musical hollywoodiani. Quattromila costumi per mille figurazioni e molti nani che invadono gli studios in una storia tratta da un libro ma che negli Stati Uniti è memoria collettiva per i bambini di diverse generazioni grazie ad uno dei film più celebri della storia del cinema. Ottimi effetti speciali per l’elogio della fuga e del sogno della minorenne Judy Garland (era già una piccola star affermata) verso il mago di Oz in compagnia di uno spaventapasseri, un leone codardo e un omino di latta. Oscar per l’adattamento musicale e anche alla intramontabile canzone “Over the rainbow”. Ricolorato in anni recenti.

THE ROCKY HORROR PICTURE SHOW di Jim Sharman, 1975

Due fidanzati in una notte di pioggia finiscono in un sinistro castello. Ma il mito di Frankenstein è genialmente modificato perché i tempi sono cambiati e quindi protagonista della storia è un transex extraterrestre che per il proprio piacere si è costruito un muscoloso biondone. Tratto da un musical inglese il film si affermò non con le prime uscite ma con l’adozione dei gruppi gay, trans e alternativi che nelle proiezioni di mezzanotte si vestivano come i protagonisti del film dando vita ad uno spettacolo nello spettacolo. Il fenomeno ha riguardato anche Milano dove il film è programmato ancora oggi dal 1976 al cinema Mexico. Cult movie che sa unire le atmosfere dell’horror e fantascienza di serie B con le suadente ambiguità del glam rock. La fidanzatina ingenua è Susan Sarandon.

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Avete mai assaggiato il Massaman Curry?

Ven, 11/29/2019 - 06:06

Ci sono pietanze che, almeno una volta nella vita, andrebbero assaggiate. La classifica è stata stilata dal lettori del sito della CNN. C’è anche tanta Italia, con la pizza napoletana e il gelato

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Decluttering: le tecniche per sbarazzarsi del superfluo e rinascere

Ven, 11/29/2019 - 06:00

Abbiamo oggetti acquistati perché in quel momento ci sembrava non poterne farne a meno e vestiti mai indossati che ci sembravano calzare a pennello, finché non abbiamo fatto una seconda prova davanti allo specchio di casa.

Nel caso degli indumenti, modificarli o riciclarne anche una parte non è sempre semplice, richiede tempo e fantasia; buttarli direttamente sarebbe uno spreco inconcepibile e, oltre tutto, non ci piace che finiscano nel bidone dell’indifferenziato. Potremmo regalarli o donarli. Potremmo.

Le soluzioni ci sono ma a volte è come se il nostro cervello si bloccasse. Ogni tanto ci verrebbe voglia di riempire semplicemente decine di sacchi della spazzatura e lanciare tutto dalla finestra. Ci sentiremmo liberi. Ed è proprio questo il punto: tutto ciò che nella nostra vita è superfluo ci incatena, ci rende schiavi, occupa il nostro spazio vitale.

La soluzione si chiama “decluttering”e punta a stimolare un ritorno all’essenziale come stile di vita. Anche le regole del feng shui ci svelano moltissimo di tutti questi aspetti. Negli ultimi tempi poi, con l’aumentare della sensibilità verso il tema del riciclo e del riuso, si sono moltiplicate anche le occasioni e le app dedicate al baratto e l’abbigliamento è uno dei settori che va per la maggiore.

Facciamo spazio a nuovi oggetti e nuove esperienze

Compriamo, compriamo, compriamo. E poi facciamo fatica a buttare. Senza arrivare a soffrire di un disturbo da accumulo, moltissime persone acquistano oggetti per i motivi più svariati e poi non riescono a separarsene, indipendentemente dal valore economico. Gli spazi si riempiono, spazi mentali compresi, e allora occorre compiere un grande sforzo per selezionare ciò che davvero serve.

La regola generale è smettere di comprare cose superflue “di pancia” o come compensazione emotiva. Anche perché accumulare significa non trovare mai ciò che serve al momento opportuno. Gli oggetti e i vestiti in eccesso sono zavorre che spesso si conservano come feticci del nostro passato ma non ci fanno bene. Sbarazzarcene significa lasciare spazio a nuove emozioni, nuova libertà, nuove idee, incarnate da nuovi oggetti o semplicemente da quello stesso spazio ritrovato.

Il metodo KonMari e il Feng Shui

Marie Kondo nel 2011 ha pubblicato un manuale, “Il magico potere del riordino” in cui proponeva un metodo diventato persino oggetto di una serie tv seguitissima.

Il fatto che esistano “consulenti del riordino” è sintomatico di quanto nel mondo troppi individui siano schiavi del consumismo. In realtà, ognuno di noi può scegliere una sua tecnica di decluttering. Ad esempio, basta dividere in cesti o scatole gli oggetti selezionando quelli da tenere, da riciclare, da buttare e da donare. Proprio l’idea del donare e di fare del bene (riducendo quindi gli sprechi) può essere una buona molla per iniziare.

L’antica arte cinese del Feng Shui ci insegna che tutto ciò che ci circonda emana energie – positive e negative – che influenzano la quotidianità. Un ambiente “intasato” di oggetti influisce in maniera negativa, ci affossa, ci spinge verso il basso. Ecco allora alcune regole degli esperti:

1 – Non bisogna trovare spazio in casa, bisogna cambiare comportamento
2 – Siate onesti con voi stessi: se ammettete quali oggetti sono superflui non avrete rimpianti lasciandoli andare
3 – Circondatevi soltanto di ricordi positivi
4 – Focalizzatevi sul rendere casa vostra ospitale agli occhi di chi entra
5 – Insegnate il decluttering ai bambini, circondateli del necessario, non del surplus
6 – Cose vecchie, danneggiate, doppie, mai utilizzate: riparatele se potete, poi datele via
7 – Fate in modo di avere intorno soltanto cose di cui avete bisogno adesso (non ieri e non domani)

Abbigliamento, riciclo, baratto e app

L’accumulo di capi di abbigliamento è il tasto dolente per molte persone.

Molti brand famosi invitano a lasciare nei punti vendita i capi usati in cambio di buoni sconto o punti fedeltà. In alternativa si possono conferire i capi nei contenitori appositi che si trovano lungo le strade e che consentono di recapitarli ad aziende che si occupano di riciclarne le varie parti o le fibre, o di donarli. La donazione può anche essere diretta se si individuano parrocchie o enti che si occupano di donare i capi in buono stato ai bisognosi.

Intanto, si moltiplicano anche le app che consentono di vendere o scambiare oggetti e vestiti. Una volta c’era soltanto eBay, oggi abbiamo talmente tante possibilità a portata di click che è impossibile ricavare un elenco completo: il Marketplace di Facebook; l’italiana XTribe in cui si può aprire una vetrina di oggetti da vendere; ArmadioVerde dedicata all’abbigliamento usato; SwapParty, che prende il nome dagli incontri nel mondo reale tra amici o conoscenti in cui ci si scambiano vestiti; per l’abbigliamento griffato ci sono app e siti Web dedicati come Vestiaire Collective e DePop. Infine, mai sottovalutare le potenzialità dei mercatini vintage delle nostre città e di catene come Mercatopoli che sull’arte del riuso basano la propria attività.

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