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Aggiornato: 46 min 49 sec fa

I 10 migliori progetti ambientali del 2019

Gio, 01/02/2020 - 09:00

Per questa classifica sono stati selezionati i migliori 10 progetti rivolti al benessere delle comunità e alla sostenibilità ambientale. Non si tratta di idee ma di iniziative realizzate e in fase di espansione. Come quella delle case stampate in 3d della New Story, associazione non profit che costruisce case nei paesi in via di sviluppo. La stampa dura appena 24 ore e l’abitazione è completa di pavimenti, tetto, finestre.

Una cinquantina di queste case sono già state stampate a Tabasco, in Messico e potrebbero rimpiazzare baraccoppoli e tendopoli.

Poi c’è la la startup californiana Backyard che costruisce unità abitative da posizionare nei cortili e da affittare a prezzi calmierati. Si risolve così l’emergenza abitativa e chi mette a disposizione la casetta e il giardino può trarne un profitto.

In qualche modo sempre legato al problema “casa” c’è il progetto Built for Zero, sempre negli Stati Uniti, per aiutare i senzatetto. La non profit Community Solutions aiuta gli homeless a trovare un alloggio, a partecipare a colloqui di lavoro.  E’ in funzione in 186 città statunitensi e ha aiutato 100.000 senzatetto ha trovare un alloggio.

Gli altri progetti riguardano il riciclo della plastica, la mobilità sostenibile, fino ai droni per la riforestazione. Qui la notizia riportata dall’Ansa.

Immagine: fastcompany.com

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La lana merino, dal passato il futuro per lo sport

Gio, 01/02/2020 - 07:00

La lana merino è da sempre conosciuta per le sue caratteristiche uniche, ma l’uso di tessuti tecnici derivati dal petrolio ce lo aveva fatto dimenticare. Una maggiore sensibilità ambientale ha invece riportato in auge un tessuto certamente prezioso e mediamente più caro rispetto ai derivati della plastica, ma più durevole e molto più performante: niente pruriti, niente irritazioni, nessun odore (cosa particolarmente importante per chi lo usa per lo sport), una perfetta termo regolazione estate inverno e una flessibilità perfetta. Soprattutto, questa lana si asciuga rapidamente: cosa non solo piacevole per chi la indossa ma anche importante per non rischiare l’ipotermia, quando si suda, in montagna. Ancora più importante, questo materiale naturale non genera microplastiche al lavaggio, né per sfregamento mentre lo si indossa. La lana merino era per questo da sempre il tessuto d’eccellenza per gli sport invernali, e sta tornando ad esserlo.

Ci sono addirittura reggiseni in merino premiati al Self Fitness Award per l’eccezionale performance. Sono molte le aziende che producono leggins, berretti, maglie termiche o calzini in lana merino, da Lapasa (azienda britannica Asas) all’alta qualità italiana di Reewolution, storico lanificio biellese nato 150 anni fa a Valle Mosso e che oggi ha dimostrato che innovazione e successo fa rima con ambiente: 80 milioni di euro di fatturato, una quota di export che tocca l’85%, 375 dipendenti, 6,2 milioni di metri di tessuto prodotti in un anno, 3 fattorie in Nuova Zelanda.

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Decrescita felice, crescita, sviluppo sostenibile: facciamo chiarezza

Mer, 01/01/2020 - 15:00
Crescita e sviluppo, differenze sostanziali

Per crescita si intende l’aumento della produzione economica trainata da aumento dei consumi, che siano interni o derivanti da domanda estera, mentre per sviluppo un progresso più armonico delle comunità umane, che non si basa necessariamente sulla disponibilità di una maggiore quantità di beni e servizi, ma anche su altri fattori, come la salute, l’educazione, le relazioni interpersonali.

Fin dal 1974, l’economista Richard Easterlin illustrò questo paradosso: fino a un certo punto la crescita del reddito pro capite si accompagna con una crescita della soddisfazione percepita. Oltre quel livello (variabile da Paese a Paese, da cultura a cultura) entrano in gioco altri fattori che diventano più importanti dell’aumento della disponibilità monetaria. Fattori non misurabili più – e qui gli economisti convergono tutti – con il prodotto interno lordo, che è la misura statistica della mera produzione economica. I diversi indicatori di benessere (in Italia il Benessere equo e sostenibile, all’Ocse il Better life index e altri ancora) sono “più ampi” e  servono invece a misurare questo concetto più armonico, più equo, più sfaccettato di sviluppo.

La crescita sostenibile è quindi una contraddizione nei termini, lo sviluppo sostenibile no. La definizione di sviluppo sostenibile, la prima, viene proposta nel rapporto “Our Common Future” pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (Commissione Bruntland) del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo in grado di assicurare «il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri».
Il concetto di sostenibilità, in questa accezione, viene collegato alla compatibilità tra sviluppo delle attività economiche e salvaguardia dell’ambiente. La possibilità di assicurare la soddisfazione dei bisogni essenziali comporta, dunque, la realizzazione di uno sviluppo economico che abbia come finalità principale il rispetto dell’ambiente, ma che allo stesso tempo veda anche i Paesi più ricchi adottare processi produttivi e stili di vita compatibili con la capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane e i Paesi in via di sviluppo crescere in termini demografici ed economici a ritmi compatibili con l’ecosistema.

Lo sviluppo sostenibile dunque è fatto solo di un’economia diversa e di una migliore distribuzione delle risorse, dove è presente il concetto di benessere collettivo e di una economia “migliore”: meno inquinante e più volta al riuso, al recupero, al riciclo. È chiaro che in questa accezione devono essere messe in campo le azioni e le misure atte a favorire tutte quelle forme di uso dei beni che si traducono in un reimpiego di materiali, in risparmi energetici, nella ottimizzazione dei consumi collettivi. La cosiddetta economia circolare, o più in generale la “green economy” per alimentare una crescita più sana dell’economia, ma al tempo stesso favorire il percorso verso uno sviluppo effettivamente sostenibile.

Decrescita felice, da Latouche al Movimento di Pallante

Il termine decrescita fu invece coniato dall’economista-filosofo francese Serge Latouche basandosi sul concetto, in estrema sintesi, che diminuendo la produzione (la mera crescita) sia possibile andare incontro agli obiettivi di un ambiente più sostenibile e una vita più sana. La visione “più scientifica” del concetto dell’economista Latouche è da molti ritenuta più estrema rispetto al pensiero più recente del Manifesto della decrescita felice, scritto dall’economista Maurizio Pallante.

La teoria di Latouche, che fino a poco tempo fa era considerata poco più di opinioni bizzarre e fuori dalla realtà, oggi trova seguito anche presso nomi autorevoli dell’economia. Latouche ritiene quella del consumismo una guerra dell’uno contro l’altro, perché distrugge il Pianeta nella propria corsa all’accumulo, mentre una “decrescita” regolata garantirebbe a tutti una più dignitosa qualità della vita. L’economista-filosofo sostiene da anni che il Pil non abbia senso, perché non tiene conto di tempo libero, equa distribuzione dei beni e costi dell’inquinamento, né del mercato nero, omissione che lo rende un metro inefficace soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove autoproduzione e baratto hanno ancora un peso rilevante.

Decrescita è però, di per sé, un termine troppo spesso equivocato, e da qui nascono fraintendimenti su chi davvero crede in uno sviluppo diverso dalla produzione di beni infinita, che non è certamente ritorno all’età della pietra, e viene visto come un illuso o come uno “fuori dai tempi”. Nel manifesto dell’economista Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice si legge: “La decrescita felice non ha come faro direzionale la ricerca della produttività, ma altri valori. È prima di tutto una critica ragionata e ragionevole alle assurdità di un’economia fondata sulla crescita della produzione di merci, e si caratterizza come un’alternativa radicale al suo sistema di valori. Nasce in ambito economico, lo stesso ambito in cui è stata arbitrariamente caricata di una connotazione positiva la parola crescita, ma travalica subito in ambito culturale. Non accetta la riduzione della quantità alla qualità, per esempio, non ritiene che la crescita del cibo che si butta, della benzina che si spreca in code automobilistiche, del consumo di medicine magari per problemi derivanti da inquinamento, comporti una crescita del benessere, e li ritiene peggioramento della qualità della vita.

Dunque, come specifica Pallante nel suo manifesto: “Non è riduzione quantitativa del Pil, non è recessione, e non è neppure riduzione volontaria dei consumi per ragioni etiche, perché non è rinuncia. Rinuncia implica valutazione positiva di ciò cui si rinuncia. È rifiuto invece di ciò che non serve, di quello di cui non si sa che farsene, dell’effimero, il di più, l’inutile. Non so cosa farmene, in realtà poco di nuovo mi serve, e non voglio spendere una parte della mia vita per guadagnare per comprarlo”.

La decrescita si propone di ridurre il consumo delle merci che non soddisfano nessun bisogno (per esempio: gli sprechi di energia in edifici mal coibentati), ma non il consumo dei beni che si possono avere soltanto sotto forma di merci perché richiedono una tecnologia complessa (per esempio: la risonanza magnetica, il computer, ma anche un paio di scarpe), i quali però dovrebbero essere acquistati il più localmente possibile. Si propone di ridurre il consumo delle merci che si possono sostituire con beni autoprodotti ogni qual volta ciò comporti un miglioramento qualitativo e una riduzione dell’inquinamento, del consumo di risorse, dei rifiuti e dei costi (per esempio: il pane fatto in casa). Il suo obbiettivo non è il meno, ma il meno quando è meglio.  È una rivoluzione dolce finalizzata a sviluppare le innovazioni tecnologiche che diminuiscono il consumo di energia e risorse, l’inquinamento e le quantità di rifiuti per unità di prodotto; a instaurare rapporti umani che privilegino la collaborazione sulla competizione; a definire un sistema di valori in cui le relazioni affettive prevalgono sul possesso di cose; a promuovere una politica che valorizzi i beni comuni e la partecipazione delle persone alla gestione della cosa pubblica.

La decrescita è elogio della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso.

I punti in comune, gli obiettivi che coincidono

Al di là dei termini, e delle definizioni che questi hanno comunque mutato e/o ampliato, nel tempo,  il senso comune dei concetti di sviluppo sostenibile e decrescita felice sono forse riassumibili in  questo: ripensare e modificare i modelli economici e di “sviluppo” presenti, cercando quell’economia che può funzionare per contrastare cambiamenti climatici e inquinamento, per garantire maggiore equità e creare benessere diffuso. Che poi usino modelli di Green economy ed economia circolare o Blue economy, questo varierà, e forse sarà bene così, a seconda del contesto e delle possibilità di avere maggiori ritorni rispetto agli obiettivi dati.

Altre fonti:

Sviluppo sostenibile, crescita, decrescita felice: cerchiamo di fare un po’ d’ordine La Decrescita Felice? Il manifesto di Maurizio Pallante per un mondo sostenibile

Foto di Yves Bernardi da Pixabay

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Spezie: come utilizzarle in cucina (Infografica)

Mer, 01/01/2020 - 09:00

Iniziamo a esplorare il mondo delle spezie in cucina con le principali dalla A alla M. Aneto, cannella, liquirizia, fino alla noce moscata.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Baci baci e buon anno nuovo!

Mer, 01/01/2020 - 07:00

Sì, hai capito bene: energia elettrica dal gas senza bruciarlo! E per giunta con un rendimento parecchio superiore rispetto alla combustione (si raggiunge un’efficienza del 60%).

Me l’ha spiegato Valerio Rossi Albertini, il fisico del CNR, all’ultima edizione di EcoFuturo, il festival delle ecotecnologie, dove abbiamo presentato il primo “reattore elettrochimico” di piccole dimensioni: grande poco più di una lavatrice e in grado di produrre un kilowatt e mezzo di energia all’ora; e può utilizzare il metano della rete.

È prodotto dall’italiana Solid Power di Trento e si chiama Blue Gen. La combustione è un processo caotico e molta dell’energia sprigionata va persa. Se invece scindiamo il gas in idrogeno e anidride carbonica, otteniamo un fenomeno chimico ordinato e quindi c’è meno dispersione e più resa. E nessun tipo di inquinamento, nessuna emissione nociva, nessun fumo! Macchine di questo tipo esistono da tempo ma erano enormi e quindi costosissime, adatte a grandi esigenze di consumo.

E forse c’è un’altra novità che completerebbe in modo perfetto il “sistema gas”, aumentando la nostra capacità di produrlo dai rifiuti organici. Si mormora che alcuni ricercatori, anch’essi italiani, siano riusciti a individuare un batterio capace di mangiare immondizia organica e produrre idrogeno. Ricombinando idrogeno e anidride carbonica si ottiene gas metano, che a differenza dell’idrogeno è facile da trasportare con i camion cisterna e può essere immesso nella rete che porta il metano nelle case. Dopodiché quella stessa immondizia può diventare nutrimento per un altro tipo di batteri che si mangiano tutto e poi scoreggiano biogas.

La convenienza incredibile del biogas dipende da un altro vantaggio.
Anche in Italia si stanno diffondendo nelle aziende agricole gli impianti che producono biogas da scarti agricoli e alimentari e liquami. Alla fine del processo si ottiene un digestato (cioè digerito dai batteri anaerobici) che si è rivelato uno straordinario fertilizzante; ha la capacità di aumentare l’humus presente nel terreno (cioè la parte viva della terra).

I terreni delle nostre grandi pianure, bombardati per decenni con i fertilizzanti chimici, hanno perso infatti gran parte del loro humus, sono cioè impoveriti dal punto di vista biologico. Da anni in Pianura Padana i produttori di Parmigiano Reggiano, in particolare, stanno sperimentando questo digestato su grandissime estensioni: decine di milioni di metri quadrati. E si è riscontrato un aumento dell’humus oltre il 4%. Con un terreno più sano si è quindi visto che le piante crescono più forti e hanno pure meno bisogno di fitofarmaci, con vantaggio per la salute dei consumatori.

Inoltre l’uso di questo digestato permette di non arare i terreni in profondità, limitandosi a tagliarlo con dischi. In questo modo non si sconvolge l’equilibrio batterico del terreno e anche questo ne migliora la qualità organica.

Infine questa tecnica di coltivazione aumenta la quantità di anidride carbonica interrata, quindi tolta dall’atmosfera e perciò si ottiene un vantaggio anche nella lotta contro il disastro climatico.

Negli anni ‘90 molti opinion leader ambientalisti speravano nella rivoluzione dell’idrogeno. Ma non funzionò. Che una tecnologia sia ecologica e economicamente conveniente non basta. Deve essere conveniente anche costruire il sistema di supporto.

Il motore a idrogeno è perfetto ma c’è il problema del trasporto e dell’idrogeno che ha caratteristiche che fanno salire i costi del suo trasporto e della distribuzione casa per casa tramite tubature. Teoricamente ogni distributore di carburante potrebbe autoprodurlo sul posto. Si può scindere l’acqua in idrogeno e ossigeno. Ma un impianto di produzione dell’idrogeno, di piccole dimensioni deve essere realizzato su scala industriale per avere un prezzo accessibile. Queste difficoltà hanno fatto sì che le auto a idrogeno non abbiano sfondato. Noi sostenevamo piuttosto il fotovoltaico e l’eolico, che invece erano visti con diffidenza da molti ambientalisti.

Ora soprattutto il fotovoltaico è diventato la tecnologia di punta per gran parte del movimento ecologista e per l’industria automobilistica. Ma non si tiene conto che la rete elettrica ha dei limiti strutturali. Se in una città come Roma 10mila auto si attaccano alla corrente per essere ricaricate, ci sarebbe un collasso della rete. Cioè sarebbe necessario un investimento di miliardi per rendere la rete elettrica nazionale capace di supportare una conversione di massa alle auto elettriche.

Ecco purché mi sembra così importante affiancare al fotovoltaico lo sviluppo del sistema del biogas: si può produrre in piccoli impianti sparsi e vicini ai punti di consumo, è facile da trasportare con le cisterne o attraverso la rete delle tubature del metano. E i mezzi di trasporto elettrici potrebbero essere quindi riforniti con la corrente prodotta dal metano, magari direttamente a bordo dell’auto, per scissione. Speriamo che ce ne si renda conto al più presto. Perché si capisse la centralità del fotovoltaico ci sono voluti anni… ma comunque la seconda rivoluzione energetica è iniziata.

Buon anno a tutti!

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Aspettando il 2020… con Gianni Rodari

Mar, 12/31/2019 - 15:00
Filastrocca di Capodanno

di Gianni Rodari

Filastrocca di capodanno,
fammi gli auguri per tutto l’anno.

Voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile,
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera,
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco,
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.

Se voglio troppo dammi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

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A Capodanno non buttare il vecchio climatizzatore dalla finestra: smaltiscilo!

Mar, 12/31/2019 - 13:00

Smaltire in modo corretto il vecchio condizionatore permette di recuperare fino al 97,5% dei materiali di cui è composto: nell’ultima notte dell’anno, quindi, non onorare la tradizione secondo cui le cose vecchie vanno buttate via per fare spazio a quelle nuove. Piuttosto, smaltiscilo correttamente!

Come tutti gli elettrodomestici anche i condizionatori diventano rifiuti elettronici e solo smaltendoli nel modo giusto è possibile riciclarli quasi del tutto riducendo al minimo l’impatto inquinante sull’ambiente. La raccomandazione arriva da Hitachi Cooling & Heating, dal 2005 a fianco del Consorzio Remedia (il principale sistema collettivo italiano no-profit per la gestione eco-sostenibile dei Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, Raee), che negli ultimi tre anni ha permesso la raccolta di quasi 1 milione di kg di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche domestiche, equivalenti a più di 11 mila tonnellate di anidride carbonica evitate.

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Come smaltire correttamente il vecchio climatizzatore

Prima di tutto va ricordato che qualsiasi operazione di disinstallazione di un climatizzatore deve essere effettuata per legge da un tecnico frigorista certificato per il trattamento dei gas fluororati. Quanto al corretto smaltimento del vecchio climatizzatore ci sono due possibilità:

  1. In caso di sostituzione del condizionatore, con il ritiro 1 contro 1 il consumatore che acquista un nuovo climatizzatore consegna il vecchio elettrodomestico al negoziante. Il ritiro del vecchio da parte del commerciante è obbligatorio e gratuito presso il punto vendita.
  2. Se invece il consumatore desidera semplicemente dismettere il vecchio climatizzatore, può consegnare grauitamente il proprio apparecchio presso i centri di Raccolta comunali.

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Pejo, prima zona sciistica plastic free al mondo

Mar, 12/31/2019 - 11:00

Dal 6 dicembre niente più cannucce, piatti, bicchieri, posate e bottiglie in plastica usa e getta nei rifugi del comprensorio sciistico di Peio, in Trentino, che è diventato il primo comprensorio sciistico plastic free al mondo. Lo celebra il Guardian, in un articolo che ricorda l’impegno italiano per liberare dai materiali plastici non solo i mari, ma anche l’alta quota.

Nel Parco nazionale dello Stelvio il progetto ambizioso dell’Azienda per il turismo della Val di Sole anticipa il recepimento della direttiva europea che vieta la produzione e la commercializzazione di alcuni articoli, come la plastica usa e getta, entro il 2021. Nel comprensorio, pannelli informativi inviteranno gli amanti dello sci e della montagna a limitare l’uso di plastica e a riportare a valle i rifiuti, anziché disperderli in quota.

Tutto è partito da una ricerca scientifica condotta dall’Università degli Studi di Milano e Milano-Bicocca, che aveva scoperto che nel ghiacciaio dei Forni, nel Parco naturale dello Stelvio, sono presenti tra i 131 e i 162 milioni di particelle di componenti plastici, tra poliestere, poliammide e polietilene. Molti di questi derivano tuttavia – come ricorda il Guardian – dagli indumenti e dalle calzature delle persone, troppo spesso derivati della plastica. Ma anche qui, una scelta alternativa è possibile e sempre più diffusa, anche per limitare l’inalazione di particelle di plastica dalle nostre case: fenomeno preoccupante per il quale non si conoscono ancora gli effetti sulla salute.

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Dalla cannabis all’eroina: Tajani twitta e Burioni risponde

Mar, 12/31/2019 - 09:44

Antonio Tajani il 27 dicembre, vestito in modo informale come si addice alle feste natalizie posta un video su Twitter dove afferma:

«Tutti coloro che fanno uso di droghe pesanti hanno iniziato facendosi una canna. Voi cosa ne pensate della sentenza della cassazione sulla coltivazione della #cannabis a casa?»

Il riferimento è ovviamente alla recente sentenza della Cassazione di cui abbiamo parlato qui

La questione è antica e soprattutto di una banalità sconcertante, non andrebbe nemmeno raccontata se non fosse che la reazione della rete è stata, come per fortuna spesso accade, assolutamente esilarante.

Il professor Roberto Burioni ha commentato:

«Tutti quelli che hanno infilzato il cognato con un serramanico hanno iniziato tagliando il filetto con un coltello da cucina. Cosa ne pensate della sentenza della cassazione sulla libera vendita dei coltelli da cucina?»

Spigolo della notte:
«Tutti quelli che fanno i politici, hanno iniziato dicendo: “È morta pora nonna”, quando non avevano studiato e c’era l’interrogazione».

Ciccio Rosina:
«Hai ragione. Mio cugino ha incominciato da piccolo suonando ai citofoni, adesso è Testimone di Geova

Herbertballerina:
«Io ho iniziato uscendo da casa, ora sono usciere

Angelo Andrea:
«Tutti coloro che hanno iniziato ad avere gli orecchioni hanno iniziato leggendo Topolino. Confermate!»

Roberto:
«Molti ludopatici hanno iniziato con la tombola all’oratorio»

Spartaco:
«Tutti coloro che scopano alla grande hanno iniziato spazzando la cucina».

Un altro:
«Si parte con un Mon Chéri, si finisce con gli alcolisti anonimi»

Davide:
E tutti i grandi obesi hanno cominciato con un biscottino…»
A cui risponde Stefania: «Plasmon sciolto nel biberon»

Una signora:
«Io ho cominciato a 12 anni con un bacio…»

E terminiamo con Alessandro:
«Glielo spiego con calma Tajani, ci provo: La statistica “rilevante” è quanti consumatori di cannabis sono finiti all’eroina (non si scomodi, circa il 6%) non il contrario. Altrimenti si può dire che il 100% dei morti hanno iniziato nascendo, mi segue? Ce la faccia, per il 2020».

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Il 2019 ricordato attraverso Google

Mar, 12/31/2019 - 07:00

Come ogni anno Google ci offre le liste delle parole più cercate negli ultimi dodici mesi sul più famoso motore di ricerca del web. Vediamo dunque insieme quali sono stati gli argomenti di tendenza in Italia del 2019: alcuni ci faranno sorridere, altri potranno stupire, di altri ancora non serbiamo ormai più alcun ricordo … Ritrovate parole che avete cercato?

Persone

Al primo posto troviamo Nadia Toffa, indimenticata giornalista delle Iene che ci ha lasciato nell’estate appena trascorsa, seguita da un’altra scomparsa prematura, quella dell’attore Luke Perry, colpito agli inizi di marzo da un ictus.
Al terzo posto non sorprende Mia Martini, in febbraio ricordata al pubblico televisivo grazie alla fiction Rai “Io sono Mia”. E ancora in febbraio gli italiani cercavano notizie di Mahmood, vincitore a sorpresa del Festival di Sanremo.
Quinto posto per il calciatore Mauro Icardi, a lungo sotto i riflettori di stampa e cronisti vuoi per le sue traversie con l’Inter vuoi a causa della – a detta di molti “ingombrante” – moglie Wanda Nara.

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Parole

Nella Top Ten delle parole più digitate, oltre ai nomi di Nadia Toffa (anche qui al primo posto) e Luke Perry (quinto), spiccano Notre Dame (al secondo posto, a ricordarci il devastante incendio del 15 aprile), e l’immarcescibile Sanremo (terzo), seguiti dai due avvenimenti politici più importanti dell’anno: le elezioni europee (al quarto posto) e la crisi di governo (al sesto). Si ritrova un po’ di “leggerezza” al settimo posto, con Joker, film di poche settimane fa con un fortissimo impatto mediatico.

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Fai-da-te

Anche il “bricolage” fa tendenza: e se non stupiscono le richieste sul fai-da-te di gnomi di Natale, segnaposto pasquali e costumi di carnevale, fa sorridere trovare al quinto posto la ricerca di come farsi in casa un pollaio

Come fare

“Come fare domanda per diventare navigator” è la prima richiesta di questa categoria, al secondo posto troviamo la ricerca della soluzione al cubo di Rubik, al terzo come farsi la valigia (?!?), al quarto il nodo della cravatta, seguito dalla ricerca di informazioni per avere il passaporto: insomma, vorremmo viaggiare ma manchiamo un po’ nei “fondamentali”.

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Perché

Non so perché sia caduto il governo (primo posto), né perché si chiamino “sardine” (terzo posto), e soprattutto (al secondo posto) perché abbiano rinviato la partita Lazio-Udinese: sono problemi, signora mia…

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Ricette

Primi e secondi non ci spaventano ma siamo un po’ deboli con i dolci: e così troviamo la ricerca delle ricette della pastiera napoletana, del tiramisù, della colomba pasquale, delle chiacchiere e del pancake; unica eccezione: le lenticchie, che si piazzano al terzo posto.

Leggi anche le ricette di Angela Labellarte

Vacanze

Chissà quale fascino ispira Zanzibar, che troviamo al primo posto tra le mete dei vacanzieri. Dopo di che, archiviato il viaggio in Africa orientale, si torna alle bellezze più vicine a noi: e troviamo i nomi, in ordine, di Croazia, Sardegna, Calabria, Puglia e Albania.

Felice 2020
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Anche il dizionario è green: “upcycling” è la parola dell’anno 2019

Lun, 12/30/2019 - 15:00

“Utilizzare materiali di scarto, destinati a essere gettati, per creare nuovi oggetti dal valore maggiore del materiale originale”: è upcycling secondo il Cambridge Dictionary la “parola dell’anno 2019” o – per essere più precisi – la “word of the year 2019”. A riportare la notizia è Cambridge Assessment English, ente certificatore del livello di lingua inglese per i non madrelingua che opera nel nostro Paese da oltre 80 anni.

La lingua inglese fa da capofila

Secondo Peter McCabe, responsabile in Italia di Cambridge Assessment English, la più prestigiosa tra le certificazioni di lingua inglese rilasciata dall’University of Cambridge e riconosciuta da più di 20 mila tra scuole, università, istituzioni pubbliche e aziende in tutto il mondo, «le nuove parole in inglese sono particolarmente importanti per chi sta imparando la lingua in quanto possono essere inserite facilmente nel proprio vocabolario abituale. Di solito poi l’inglese fa da capofila e altre lingue tendono a seguire l’esempio, o adottando direttamente il nuovo termine in inglese o trovando un equivalente nella propria lingua». 

Esaminati siti, blog e social network

Per identificare le parole da aggiungere al Cambridge Dictionary gli autori utilizzano dati provenienti da siti web, blog e social media: upcycling è stata aggiunta dopo aver notato un picco nelle ricerche relative a questa parola nel 2010.

Condivisa il 4 luglio 2019 sull’account ufficiale Instagram del Cambridge Dictionary @CambridgeWords, che ogni giorno racconta e spiega il significato di una parola presente nel dizionario, upcycling è stata la “parola del giorno” che nell’ultimo anno ha raccolto più consensi e “like” da parte dei followers e degli utenti su Instagram. Le ricerche di questa parola sul sito del Cambridge Dictionary sono cresciute del 181% dal 2011, anno in cui è stata aggiunta per la prima volta sul dizionario online, e solo nell’ultimo anno sono raddoppiate.   

La “plastic footprint”

A evidenziare la crescente attenzione verso le problematiche ambientali un’altra terminologia aggiunta di recente all’interno del Cambridge Dictionary è “plastic footprint”, che può essere letteralmente tradotta con “impronta della plastica”, vale a dire la misurazione della quantità di plastica che viene utilizzata e poi successivamente scartata, e che va ad aumentare i livelli di inquinamento. Dopo essere stata identificata dagli autori del dizionario, “plastic footprint” ha ottenuto 1.048 voti nel sondaggio del blog New Words per l’introduzione delle nuove parole, con il 61% dei lettori che ha suggerito di aggiungerla al Cambridge Dictionary.  

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La differenza tra malafinanza e finanza inefficiente

Lun, 12/30/2019 - 12:00

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco è l’archetipo del banchiere e bancario italiano: non dice bugie ma omette. L’omissione è la regola. Anche in occasione della intervista rilasciata al Corsera e dettagliatamente analizzata da Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano, il numero uno di palazzo Koch ha ribadito che “queste banche (quelle in crisi) rappresentavano, nel complesso, il 10 per cento degli attivi totali, il che vuol dire che il restante 90 per cento ha fatto fronte alle gravissime conseguenze della crisi dell’economia reale”.

L’arte del minimizzare è spesso l’unica arma che hanno tra le mani i perdenti.

È l’ atteggiamento che ha avuto Visco (e alcune penne di sistema) che difende un mondo che presenta ormai più buchi di una fetta di formaggio svizzero.

È vero che solo le banche che rappresentavano il 10% degli attivi totali ha manifestato pubblicamente lo stato di crisi. Visco non ha detto una bugia.

Ma ha dimenticato di aggiungere, ecco la strategica omissione, che il sistema bancario nella sua interezza ha evidenziato una palese inefficienza più volte ribadita e analizzata su queste colonne.

Ancora oggi si fa fatica a capire la differenza tra malafinaza (bilanci falsi, politiche commerciali violente, abusi sui clienti, corruzione, collusione, ecc.) dalla finanza inefficiente.

Quella finanza che non riesce più a fare ricavi e che produce utili (pochi) solo attraverso il contenimento dei costi, quella che non si è ancora accorta dell’arrivo della fintech e dei mostri (Yahoo, Amazon, Google, Facebook, ecc.), quella che ha perso completamente il capitale di fiducia dei clienti, quella con un management obsoleto e vecchio (che non è la stessa cosa).

Basta guardare l’andamento del FTSE ITALIA ALL SHARE BANKS, l’indice settoriale delle banche italiane quotate per capire quanto le politiche gestionali dei banchieri nostrani hanno inciso sulla capitalizzazione (il valore di mercato delle azioni in circolazione) complessiva del sistema.

A fine 2009 l’indice valeva circa 21.640 punti, oggi vale 9.440 punti.

Il 56% di riduzione di valore!

E di chi è la responsabilità? Il regolatore dovrebbe ripensare forse a un modello di sistema bancario più coerente con la nostra economia?

Ne riparleremo nel 2020.

Buon anno a tutti!

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Confermati gli incentivi all’edilizia

Lun, 12/30/2019 - 09:40

Ancora un anno di agevolazioni fiscali per quanto riguarda l’edilizia. Scadranno al 31 dicembre 2020 – a meno di ulteriori proroghe:

  • Ecobonus del 50-65% per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici.
  • Detrazioni del 50% per le ristrutturazioni con tetto di 96 mila euro per singola unità immobiliare.
  • Bonus del 50% per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici efficienti, con un limite di spesa pari a 10 mila euro.
  • 36% di detrazione Irpef su una spesa di 5 mila euro per la realizzazione di coperture a verde, giardini pensili, recinzioni e impianti di irrigazione.
  • Detrazione fino al 90% delle spese sostenute nel 2020 per i lavori relativi alla facciata. La detrazione più alta si riferisce alle zone  più abitate (le cosiddette “zone omogenee” A, centro storico e B zone comunali definite “di completamento”) specie per i palazzi antichi che richiedono particolari manutenzioni. Per le altre zone o per i palazzi non di particolare pregio la detrazione scende al 50%

Il bonus facciate riguarda i rifacimenti dei cornicioni, dei balconi, delle finestre, delle grondaie. Per quanto riguarda tinteggiatura e pulitura, se l’intervento prevede di rifare almeno il 10% della superficie sono richiesti i requisiti di efficienza energetica.

Il bonus riguarda anche il cappotto termico.

Ulteriori informazioni qui

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foto di annca da Pixabay 

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Ambiente: Costa, le Zea danno sviluppo sostenibile

Lun, 12/30/2019 - 07:00

“Produrre sviluppo e occupazione in armonia con l’ambiente”. Questo lo scopo delle Zone economiche ambientali (Zea) secondo quanto ha affermato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa nel corso di una visita nel Parco nazionale della Sila. “Dopo la tappa in Cilento – riporta in un comunicato il Ministero dell’Ambiente – è la volta del Parco Nazionale della Sila, e alla presenza di Francesco AIELLO, candidato del Movimento 5 Stelle alla Presidenza della Regione Calabria, il ministro Costa ha illustrato la normativa di recente istituita, che tra le altre cose prevede forme di sostegno alle imprese impegnate in programmi o investimenti che rispettino l’ambiente, nonché agevolazioni e vantaggi fiscali per chi voglia rilanciare attività imprenditoriali nei parchi“. “Finanziate con 20 milioni di euro nella Legge di stabilita’ – ha detto il ministro Costa – con le Zea, i parchi hanno la possibilità di produrre sviluppo senza contrastare con l’ambiente. Inoltre, altri 120 milioni di euro si aggiungeranno per il 2020 alle risorse già stanziate, in modo da realizzare su questi territori progetti green, implementando l’imprenditoria e combattendo, oltre che la fuga dei cervelli, il terribile fenomeno dello spopolamento”.

Investimenti green

Investimenti green – si afferma ancora nella nota – che saranno avviati grazie agli incentivi della Zea e che valorizzeranno le risorse naturali di cui è dotato tutto l’altopiano della Sila. La montagna potrà rappresentare il luogo del riscatto di vaste aree della Calabria“. ”Per la prima volta, grazie al Governo centrale e al lavoro di un Ministero – ha detto Francesco Aiello – si coniugherà sviluppo economico salvaguardando aree protette in un’ottica di tutela ambientale che guarda al futuro della nostra terra e alle nuove generazioni che la vivranno. La Zea consente all’area del parco nazionale della Sila – aggiunge Aiello – di avviare forme di sviluppo virtuoso in cui predominano modelli di consumo e di produzione eco-sostenibili. La montagna dovrà essere pensata come un’opportunità e non come un vincolo. Un ruolo centrale sara’ svolto anche dal settore agricolo, in cui si dovranno consolidare pratiche agronomiche legate all’economia circolare“.

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Imparare il linguaggio degli uccelli in 5 mosse

Dom, 12/29/2019 - 13:00

Imparare il linguaggio degli uccelli è possibile, e neppure troppo difficile. Come ogni linguaggio, anche questo ha strategie ripetitive per esprimersi, e basta un po’ di orecchio per capire cosa indichi, o a chi si indirizzi, quel canto. Così lo ha riassunto MNN, prendendo spunto dai consigli del famoso naturalista Jon Young, autore del libro “What The Robin Knows“.

  1. Scegli un luogo e fanne il tuo punto di ascolto definitivo, in un bosco come in un parco. Mano a mano imparerai a conoscere le abitudini degli uccelli: come si cibano, da chi fuggono e a chi danno la caccia. Nel frattempo, loro si abitueranno a te e impareranno a fidarsi, se non si sentiranno minacciati o disturbati.
  2. Scegli alcune specie e concentrati su queste. Studiale, osservale, riconosci le differenze tra loro nelle reazioni quotidiane, e quando vocalizzano, nota la differenza se lo fanno mentre si nascondono o attaccano un intruso.
  3. Come avrai ormai capito, gli uccelli usano intonazioni diverse in base a quel che stanno comunicando cantando. Ci sono canti che usano per difendere il territorio, altri che vanno bene per attirare un compagno, altri ancora che servono per accompagnare il pasto o un viaggio. Ce ne sono di tipicamente infantili, e significano sostanzialmente “ho fame”, mentre altri denunciano un’aggressione e altri ancora lanciano un allarme di gruppo.
  4. Per capire le differenze di cui sopra, basta osservare questi piccoli e graziosi animali mentre cantano in un modo o nell’altro, e associare così un determinato suono all’avvenimento a cui si riferisce.
  5. L’ultimo punto è il più difficile: serve tempo a fare e ripetere quanto sopra. Solo ore e ore di osservazione vi possono regalare il privilegio di entrare nel mondo di queste magiche creature e partecipare – da osservatori consapevoli – alla loro vita quotidiana.

Se siete comodi con l’inglese, un bell’aiuto arriva anche da questo video:

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Italiani sempre più longevi: toccato il record di 82,3 anni

Dom, 12/29/2019 - 11:00

Che il nostro sia un popolo che vive a lungo si sa: già nel 2017 il nostro Paese si confermava al secondo posto per longevità in Europa dietro alla Spagna. Ma il Rapporto Bes (Benessere equo e sostenibile in Italia) 2019 dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) fa segnare ora un nuovo record: nel 2018 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto in Italia il massimo storico con 82,3 anni, per l’esattezza 80,9 anni per gli uomini e 85,2 anni per le donne.

Giunto alla settima edizione il rapporto Bes offre una lettura del benessere nelle sue diverse dimensioni, ponendo particolare attenzione agli aspetti territoriali attraverso l’esame di 130 indicatori articolati in diverse categorie: salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente; innovazione, ricerca e creatività; qualità dei servizi. E il quadro che ne esce, sebbene mostri alcune criticità, non è poi tanto male.

Leggi anche: Sentirsi 65 anni di età: in Giappone accade a 76 anni, in Papua Nuova Guinea a 46

Diminuisce mortalità infantile e per tumori

Dai dati raccolti nel 2018 emerge come, rispetto all’anno precedente, continuino a scendere i tassi di mortalità infantile e quella per tumori. I decessi a causa delle demenze e delle malattie del sistema nervoso risulta essere in lieve calo, mentre il tasso di mortalità per incidenti stradali tra i giovani risulta stabile.

Nord più longevo e più in salute

Come già rilevato nelle precedenti edizioni del rapporto, chi nasce al Nord ha una maggiore aspettativa di vita rispetto a chi viene alla luce nel Sud del nostro Paese: se nel 2018 la speranza di vita alla nascita nelle regioni del Nord risulta di un anno più lunga rispetto a quella registrata nel Mezzogiorno, guardando alla speranza di vita in buona salute l’entità della differenza tra Nord e Mezzogiorno arriva a 3 anni. Anche per quanto riguarda l’indice di salute mentale è nelle regioni del Sud che si registrano i valori più bassi.

Donne svantaggiate

Se le donne sono più longeve, gli anni di vita in buona salute attesi alla nascita nel 2018 sono però a favore degli uomini: questi ultimi ne conteggiano infatti in media 59,4 contro i 57,6 delle donne. Il che significa che sì, le donne vivono più a lungo, ma che vivono in condizioni di salute mediamente più precarie: “Nel 2018 – si legge nel rapporto – una donna di 65 anni può aspettarsi di vivere in media ancora 22,5 anni, ma di questi 12,7 saranno vissuti con limitazioni nelle attività; un suo coetaneo invece vivrà in media ancora 19,3 anni, di cui 9,3 con limitazioni”.

Chi studia vive più a lungo

In generale dal rapporto emerge come l’indicatore della speranza di vita alla nascita vari significativamente a favore delle persone con livelli d’istruzione superiori: l’aspettativa di vita media alla nascita è infatti pari a 82,3 anni per gli uomini con livello di istruzione alto e scende a 79,2 anni per i meno istruiti (-3,1 anni). Anche per le donne sussiste il divario nell’aspettativa di vita in base al titolo di studio, sebbene sia più contenuto: da 86 anni per le più istruite contro gli 84,5 anni per le meno scolarizzate (-1,5 anni). A fare la differenza la maggiore attenzione ai comportamenti più salutari tra le persone più istruite. Fa eccezione il consumo non adeguato di alcol, su cui il titolo di studio non sembra avere effetti.

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Photo by Matthew Bennett on Unsplash

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Il barone ribelle (seconda parte)

Sab, 12/28/2019 - 11:00

Leggi la prima parte e vedi il video qui

Vorrei leggervi alcune frasi di Serafino Amabile Guastella molto significative che mi hanno veramente affascinato.

Al tempo era un giovane appassionato di poesia, a casa aveva una libreria incredibile, racconta che alcuni testi li aveva letti più volte e dice: «Anch’io cercavo di scrivere poesie.

Soprattutto nelle sere d’estate, soprattutto di domenica, spesso sotto i balconi di casa mia o da lì poco discosto fermavasi qualche allegra brigata di contadini capitanata per lo più da una donna la quale cantava a voce acutissima una canzone d’amore o di gelosia o di risposta, secondo richiedea l’occasione, e la voce era accompagnata dalla chitarra battente e dai violini. I versi rappresentavano vivamente le sensazioni».
Guastella è sconvolto da queste canzoni popolari, dalla loro poesia e  pensa che sono  migliori della maggioranza delle poesie che leggeva nella biblioteca di suo padre e in particolare: «A dire vero quei testi rusticani [contadini] mi piacevano cento volte di più dei versi dei miei poeti più cari ma non osavo confessarlo a me stesso tanto quella preferenza mi parea sacrilega».

Via via Guastella si rende conto che questo popolo non è ignorante, non sta scimmiottando gli intellettuali paludati ma sta inventando una nuova cultura, è depositario di una tradizione secolare straordinaria e capisce che proprio lì troviamo l’ispirazione per rinnovare la cultura stessa: «Perché la poesia rusticana non servirà a rinfrescare il nostro Parnaso ingombro da piante parassite , perché non dovrà passarsi la spugna su quelle rifritture di argomenti sbadigliati di generazione in generazione sulla stessa solfa, perché non dare un calcio a quel preteso linguaggio poetico ormai rugoso per la vecchiaia?».

Insomma, Guastella è incavolato nero con la cultura dominante, coi professoroni, con i tromboni e li accusa di scopiazzare tra di loro, afferma che quando uno inventa qualcosa gli altri dietro come pecoroni tutti a copiare.

Capite quindi l’inquietudine di quest’uomo? Non è un intellettuale seduto in cattedra. Si arrabbia anche perché iniziando a cercare le canzoni si accorge che alcune sono state manipolate dagli intellettuali che le hanno rovinate e così inizia un lavoro incredibile, quasi da monaco medievale per andare a capire dov’è la musica popolare vera  e dove questi imbecilli di grandi intellettuali asserviti ai signori e ai padroni li hanno storpiati.

E continua: «Nelle canzoni nostre ci sono strappi e aggiunzioni che nove volte su dieci ne intorbidavano il senso, qui era evidente un ritocco di poeta accademico, lì uno strazio di senso, più in giù una escrescenza, in un’ottava qualche verso era interpolato tra i distici di un’altra, e stavan lì a guardarsi in cagnesco…».

Guastella afferma che bisogna tornare alla purezza della cultura contadina.

In un altro momento meraviglioso descrive la ricchezza poetica delle canzoni popolari e delle poesie del popolo che non esiste nella cultura aristocratica e afferma: «L’idea che è dei contadini, degli artigiani, dei lavoratori, l’idea che gli angeli ridano e gli usignoli cantino tra le labbra dell’innamorata…» – che figura meravigliosa – e continua: «Che gli sguardi di lei accendon le lampade, che le stelle le si inginocchiano in atto di adorazione, che il Papa concede l’assoluzione plenaria a chi le parli o la guardi, che quando va in chiesa si curvano le colonne quando intinge le dita nell’acqua santa, la pila che è di marmo ha senso di vita e le parla e quando si inginocchia sulle sepolture, i morti sentono un fremito d’amore  e ritornano in vita”.

Guastella è un grandissimo ribelle! Come un punk di oggi, i Rolling Stones all’inizio della carriera quando erano pazzi.

Dice anche una cosa molto divertente: «Noi siciliani siamo musulmani cattolici» perché vede nella cultura della Sicilia la ricchezza di quel mondo.

Il testo che ho letto fa parte dell’introduzione che Guastella fa alla raccolta dei canti di Modica che potete trovare su Wikipedia cercando Guastella, c’è tutto il testo gratuito della prima edizione.

La nonna svizzera

Volevo concludere osservando che la nonna paterna di Guastella era svizzera! Che ci faceva una signora svizzera alla fine del 1700 a Chiaramonte?

Bisognerebbe che voi siciliani vi inorgogliste un po’ perché questa storia che la Sicilia era in mano ai Borboni e quindi depressa è una gran stupidata. La Sicilia del 1800 era il punto di tessitura più grande d’Europa.

Garibaldi venne finanziato dagli inglesi! Secondo voi come fece Garibaldi a conquistare Palermo che era presidiata da migliaia di guardie svizzere con l’artiglieria? Garibaldi aveva solo mille uomini che lui stesso descrive come dei pazzi scatenati incapaci di combattere. Come mai gli svizzeri si arrendono?
Perché davanti a Garibaldi c’erano i  finanziatori inglesi con due milioni di lire oro. E perché gli inglesi volevano distruggere l’autonomia siciliana? Perché la Sicilia era la più grande produttrice di tessuti. Era piena di mulini a vento e ad acqua che servivano per la concia, la tessitura e la coloritura dei tessuti.

Il centro della cultura europea era proprio in Sicilia! Siatene orgogliosi!

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La Toscana dal 2021 sarà “glifosato free”

Sab, 12/28/2019 - 07:00

La Toscana sarà “glifosate-free” dal 31 dicembre 2021. È del mese scorso la decisione della Giunta regionale che anticipa di un anno la data prevista dall’Unione europea, che indica agli Stati membri di bandire il glifosato entro il 15 dicembre 2022.

Previsti diversi interventi

Da subito verrà vietato  l’uso del glifosato nelle aree di salvaguardia dei punti di captazione delle acque sotterranee con utilizzo idropotabile (in precedenza il divieto riguardava solo le acque idropotabili superficiali). Al tempo stesso la Regione procederà con la revisione annuale delle sostanze ammesse dal Puff, il Piano di utilizzazione per l’impiego sostenibile dei prodotti fitosanitari e dei fertilizzanti: l’elenco regionale, in linea con l’elenco ministeriale, eliminerà le sostanze attive vietate all’interno delle aree di salvaguardia di captazioni da acque superficiali e sotterranee. Verrà anche vietato l’utilizzo del glifosato in ambito extra-agricolo eliminando del tutto il rilascio dei nulla osta per motivi eccezionali (ad esempio lungo i binari delle ferrovie).

«Il nostro obiettivo è fare della Toscana una regione “glifosate free” dal 2021 – ha detto il presidente Enrico Rossi –. Un obiettivo che si raggiunge con una serie di divieti, limitazioni e tutele da un lato, e di intese con il mondo produttivo dall’altro. Intanto abbiamo eliminato il glifosato dalle aree di salvaguardia dei punti di captazione delle acque idropotabili sotterranee, come avviene già sulle acque idropotabili di superficie, e abbiamo aggiornato l’elenco delle sostanze vietate sulla base di quello ministeriale impegnandoci a aggiornarlo costantemente sulla base delle decisioni del Ministero. In Italia esistono già zone vocate per speciali produzioni agricole, come il Conegliano Valdobbiadene (link nostro articolo – è uno mio), che hanno deciso di eliminare questo diserbante dalle loro coltivazioni. Ebbene, noi vogliamo estendere l’eliminazione del glifosato all’intero territorio regionale. Si tratta di una scelta a favore dell’ambiente e del nostro comparto agroalimentare che deve poter contare sulla migliore qualità dei propri prodotti. Sono passi che richiedono tempo e lavoro ma grazie alla buona politica possiamo centrare lo scopo nei tempi che ci siamo dati».

La situazione fino ad oggi e le contestazioni da parte di ISDE Italia

In seguito al pronunciamento della IARC (International Agency for Research on Cancer) di Lione, organo tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità che ha classificato il glifosato come sostanza “probabile cancerogena per l’uomo”,  la Toscana nel 2015 aveva emanato una Disciplina per l’impiego dei diserbanti e geodisinfestanti nei settori non agricoli e aveva dettato procedure per l’impiego dei diserbanti e geodisinfestanti in agricoltura.

Successivamente, però, con Decreto del presidente della giunta regionale Toscana “Disposizioni relative alle aree di salvaguardia: piano di utilizzazione per l’impiego sostenibile dei prodotti fitosanitari e dei fertilizzanti (PUFF) e disposizioni per la perimetrazione” pubblicato il 30 luglio 2018, n. 43/R, veniva autorizzato in tutta la Regione, nell’area di salvaguardia di captazioni di acque sotterranee destinate al consumo umano, l’utilizzo di 29 pesticidi di pessimo profilo ambientale, compreso clorpirifos e glifosate e 5 nemmeno più autorizzati all’interno dell’Unione europea (acrinatrina, azinfos ethyl, azinfos methyl, demeton S-metile, omethoate). Tutto questo nonostante il trend 2002-2017 di classificazione delle acque sotterrane in Toscana avesse evidenziato  un preoccupante peggioramento. Questo è quello che riporta l’oncologa Patrizia Gentilini dell’ISDE (Associazione medici per l’ambiente) in un articolo di febbraio scorso sul Il Fatto Quotidiano, oltre ai dati riscontrati dalle analisi.

Nelle acque sotterranee era infatti stata riscontrata la presenza di residui di pesticidi nel 46,8% dei punti e nel 31,1% dei campioni, con il rinvenimento di ben 49 diverse sostanze, le più frequenti delle quali erano ampa, oxadiazon e atrazina desetil. Particolarmente preoccupante era risultata la situazione nel pistoiese a causa dell’attività vivaistica, specie per glifosato e ampa, come documenta l’ultimo Report di Arpat: “Dall’attività di controllo sulla osservanza delle aree di salvaguardia stabilite dall’Art. n. 94 del D. Lgs 152/06 è emerso che non è rispettata la fascia di 200 metri per scopo idropotabile (pozzi dell’acquedotto)”. Ovvero l’area più delicata e importante da preservare.

La Toscana ha dunque preso finalmente provvedimenti per salvaguardare i suoi beni idrici, con questo provvedimento e con le iniziative a esso collegate.

Le iniziative collegate, tra cui la prossima intesa con il Distretto Vivaistico

Prima fra tutte la sottoscrizione di un protocollo con il Distretto rurale Vivaistico ornamentale e con l’Associazione vivaisti italiani per condividere l’obiettivo di ridurre l’utilizzo del glifosato. Sarà elaborato un marchio che gli operatori agricoli e i comuni potranno apporre sui prodotti e sui parchi e giardini comunali che risultino non essere stati trattati con questa sostanza. Per realizzare il marchio sarà lanciato un concorso di idee preso le scuole. La regione al contempo si attiverà per intraprendere ulteriori iniziative che impongano limitazioni o divieti nell’uso di altri prodotti fitosanitari.

La regione sottoscriverà un protocollo con l’Associazione vivaisti italiani al fine di attivare forme di collaborazione e di coordinamento con l’obbiettivo comune di introdurre buone pratiche nelle coltivazioni vivaistiche, contribuire alla massima riduzione dell’utilizzo di prodotti fitosanitari e in particolare del glifosato e per promuovere la sostenibilità ambientale. Sarà istituito un apposito tavolo di confronto coordinato dalla regione con l’obbiettivo di condividere il quadro conoscitivo e individuare le azioni da adottare per il raggiungimento degli obbiettivi del protocollo.

Altre Fonti:
http://www.toscana-notizie.it/-/sostenibilita-rossi-annuncia-toscana-glifosate-free-nel-2021-
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/18/qualita-delle-acque-la-toscana-autorizza-luso-di-29-pesticidi-cosi-la-regione-da-il-cattivo-esempio/4974434/

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Harvard: riusciremo a liberarvi da quelle scatole?

Ven, 12/27/2019 - 15:00

Un lavoratore italiano su 2 va al lavoro in auto e la considera un’esperienza molto stressante. Nonostante questo, ben il 71% dei professionisti sceglie per la macchina per andare al lavoro. Siamo in testa alla classifica europea per numero di auto, per inquinamento, e per stress da guida, non essendoci in Italia politiche adeguate a un cambiamento. Ma anche il resto del mondo non sta messo bene.

Un americano spende in media 200 ore l’anno su un’auto, da solo: è la scelta di tre quarti di tutti i lavoratori. Usare l’auto però non è solo un danno ambientale (secondo le più recenti stime ben il 24% di tutte le emissioni deriva dai trasporti), ma è anche un problema sociale che impatta sul rendimento al lavoro. Chi usa l’auto – in tutto il mondo ma in Italia più che altrove – è fortemente stressato, e il suo rendimento (oltreché la sua salute) ne risente.

Per questo motivo l’Università di Harvard ha condotto uno studio, per capire cosa freni una persona dall’usare mezzi più sicuri, ecologici, e pro-sociali. Cosa realmente può incentivare il cambiamento? Lo studio ha considerato i 70mila dipendenti di un aeroporto appena fuori da una capitale europea. La metà di loro usava l’auto per andare al lavoro, ma l’azienda desiderava spingerli verso modalità più sostenibili. Che fare?

Cosa serve al cambiamento?

Prima di tutto lo studio ha valutato ciò che i dipendenti dichiaravano necessario per far loro cambiare abitudini: ad esempio, per utilizzare un servizio di carpooling avrebbero voluto qualcuno con il quale condividere un percorso e uno schema di spostamento simili. Messi nelle condizioni di avere tutto questo, solo un centinaio di dipendenti ha aderito. Era chiaro che ciò che una persona pensa sia necessario per iniziare a usare i mezzi pubblici, la bici o la sharing economy non è ciò di cui ha realmente bisogno.

La prova successiva ha consistito nell’offrire biglietti gratis dei mezzi pubblici ai dipendenti. Ma anche questo tentativo non ha portato significativi cambiamenti. Anche un piano su misura che mostrasse ad ogni lavoratore quanto avrebbe risparmiato in tempo e denaro usando strumenti alternativi all’auto non ha portato cambiamenti.

Le ipotesi dei ricercatori

Perché questo comportamento totalmente irrazionale? Secondo i ricercatori, le amministrazioni e le aziende che vogliano più partecipazione nelle svolte di vita delle persone dovrebbero tenere in considerazione tre elementi.

1) I dipendenti che non pagano il costo reale delle loro scelte poco responsabili non possono rendersi conto del risparmio mancato: in questo caso i lavoratori avevano il parcheggio gratuito, in altri casi ci sono le auto aziendali, i costi per la benzina e altre spese sostenute dalle aziende come benefit.

2) Prendere i mezzi o il carsharing può giovare alla società, ma spesso è meno conveniente per il singolo. Le persone tendono a essere lente a fare scelte più sostenibili per via del tempo necessario a pianificare il trasporto pubblico e il carpool, almeno all’inizio. Incentivare o facilitare questo procedimento sarebbe quindi fatidico.

3) La teoria dei nudge (leggi qui qualche esempio) – sostegni positivi e suggerimenti o aiuti indiretti che influenzano gruppi e individui a comportarsi in un certo modo – è necessaria qui almeno quanto l’introduzione di leggi, istruzioni o adempimenti forzosi. In altre parole, se le cose non cambiano in fatto di mobilità, succede perché tutte le infrastrutture (strade e parcheggi), gli incentivi e le norme sociali (l’auto o lo scooter sono sempre più facili da giustificare, rispetto a una bici o un pedone) sono pensate per l’uso dell’auto. I nudge, sostegni isolati messi in atto dalle aziende, saranno sempre insufficienti a cambiare le cose, da soli. Serve far pagare a chi guida il costo reale dell’auto, restituendo i soldi al dipendente che per esempio rinuncia al suo posto auto. Le amministrazioni dal canto loro devono rendere difficoltoso l’uso dell’auto, ponendo regole severe e facendole rispettare. Per il bene di tutti (a partire dalle ormai troppo numerose vittime della strada nel nostro Paese).

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Una nuova specie di gazzella celebra lo zoologo italiano Oscar de Beaux

Ven, 12/27/2019 - 12:18

La piccola gazzella di Soemmerring delle Isole Dahalak Nanger, scoperta dallo zoologo romano Spartaco Gippoliti, è stata battezzata Soemmerringi debeauxi, in onore dello zoologo italiano Oscar de Beaux. Il ‘tipo’ della nuova sottospecie è custodito presso il Museo civico di Storia Naturale di Milano, che nell’ultimo decennio ha compiuto diverse importanti ricerche in Eritrea. Ne parla un articolo sulla rivista Biogeographia.

Oscar de Beaux, nato a Firenze il 5 dicembre del 1879 e morto a Torre Pellice nel 1955, è stato un esperto di mammiferi, e direttore del Museo civico di Storia Naturale “Giacomo Doria” di Genova. A de Beaux si deve tra l’altro la descrizione dell’unica specie di mammifero endemico dell’Eritrea sinora conosciuta, la misteriosa Gazzella di Beccari (Gazella dorcas beccarii).

Il padre dell’etica biologica

“Questa dedica cade nel 90° anniversario della pubblicazione di una importante opera di de Beaux, Etica Biologica, che rappresenta uno dei primi tentativi di enunciare i principi etici di quella che oggi chiamiamo la conservazione della biodiversità”, ci dice Gippoliti, membro della Società Italiana per la Storia della Fauna “Giuseppe Altobello” e del Primate Specialist, Group della IUCN. “L’opera fu tradotta in diverse lingue ed è citata da Aldo Leopold, il padre dell’Etica ambientale: ancora oggi ben conosciuta in diversi paesi europei ben più che in Italia. Per questo la Società per la Storia della Fauna ha già predisposto per il 2020 delle iniziative per ricordare de Beaux e la sua opera di pioniere della conservazione della natura, in Italia (a favore ad esempio dell’orso delle Alpi, o del cinghiale maremmano) e all’estero (bisonte europeo, stambecco nubiano ecc.).

L’importanza della ricerca sistematica

Ancora oggi la ricerca sistematica (quella che rivede e “mette ordine” nella ricerca scientifica, ndr) si dimostra essenziale” conclude Gippoliti “per decifrare la reale ricchezza biologica di questo pianeta, unico e ancora solo parzialmente conosciuto. Specialmente per i Paesi meno dotati di risorse finanziare, è poi essenziale conoscere la propria ricchezza e diversità faunistica, in maniera da indirizzare a specie prioritarie le scarse risorse disponibili”.

Nell’articolo è descritta una sottospecie di Cercopiteco dei Monti Bale (Etiopia), il Chlorocebus djamdjamensis harennaensis che lo stesso zoologo romano scoprì quasi 30 anni fa. “Sulle orme di de Beaux, ho sentito particolarmente importante contribuire alla catalogazione della biodiversità di un Paese che esce da un lungo periodo di guerra come l’Eritrea, un piccolo contributo che spero possa fare affluire nel Paese maggiori risorse – magari anche dall’Italia – per la conservazione delle risorse naturali” conclude Gippoliti.

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