cacao della domenica

La rivoluzione zapatista

di Jacopo Fo

Vi racconto un’altra piccola storia. E’ una leggenda, non so se sia una storia vera ma la trovo molto bella.
Quando i nativi americani videro le prime navi spagnole ancorate vicino alla spiaggia dalle quali scendevano le barche piene di marinai, erano in grado di vedere le barche ma non riuscivano a vedere le navi, perché il loro cervello non era in grado di concepirle: guardavano le vele bianche e pensavano che le navi fossero delle strane nuvole.
In pratica, se non si è registrata nella mente l’esistenza di una qualche cosa si rischia di non vederla.
Questo è quello che è successo a tantissimi bravi comunisti, ahimè, che sono andati in Chiapas e sono ritornati facendoci resoconti eroici dell’eroica rivoluzione dei compagni zapatisti.
Sul fatto che gli zapatisti siano compagni non ci sono dubbi, salutano con il pugno chiuso come i comunisti, hanno tutti il passamontagna come avevamo noi negli scontri degli anni ’70 e questa è un’altra solida similitudine.
E invece non è vero. Loro salutavano con il pugno chiuso prima di Cristoforo Colombo, che non c’entra un cavolo con Carlo Marx e l’Internazionale Comunista. E lo stesso vale per il passamontagna, l’avevano già nel 1000 a.C. perché l’eroe non si deve vedere in viso, l’eroe è il popolo.
E si scopre che gli zapatisti stanno da un’altra parte, per esempio sono dei patiti di numerologia: un giorno dovevano andare a Città del Messico per una grandissima manifestazione ed è sorto un grande problema: dovevano partire in 1111 e invece erano molti di più e questo secondo i presagi Maya avrebbe portato sfortuna.
Un altro episodio è relativo alla loro rivoluzione. Decidono di fare la guerra ma non in modo convenzionale. E’ l’unica guerra nella storia del mondo che è stata dichiarata, combattuta per soli sette giorni e in cui muoiono 12 persone per sbaglio e poi basta. Anche se l’esercito messicano continua a sparare loro non reagiscono più.
In realtà non si è trattato nemmeno di una vera guerra: semplicemente sono passati da una situazione di totale pacificità – nessuno in Chiapas aveva lanciato nemmeno un sasso contro la polizia – al conflitto più simbolico. Hanno inventato la prima guerra simbolica della storia del mondo. La prima guerra che nega la guerra. La prima guerra che è durata un giorno. La prima guerra che non ha dato il potere a generali imbecilli e criminali.

Il dibattito per decidere del conflitto coinvolge tutti i villaggi e dura un anno fino ad arrivare a un voto unanime. Se c’era qualcuno che aveva dei dubbi stavano a discutere per mesi fino a che non si convinceva, roba da psicopatici.
Poi iniziano a cucire delle divise perché volevano fare una guerra all’europea, quindi i soldati dovevano avere la divisa. Trovano una partita di cotone verde pisello e tutti a cucire queste divise allucinanti.
E, siccome non avevano armi decidono di fare i fucili di legno così che nelle fotografie sembrasse che tutti avevano i fucili.
E quando un esercito di ventimila uomini e donne con i fucili di legno può sconfiggere un esercito regolare armato fino ai denti?  
Il primo gennaio alle cinque del mattino! Quando tutti i militari sono ubriachi nelle caserme.
Gli zapatisti attaccano contemporaneamente in quattromila per volta cinque città, disarmano le guarnigioni e buttano i fucili di legno perché si sono rubati quelli veri.
Dopodiché trovano un gruppo di soldati ancora svegli e lì c’è l’unica sparatoria dove 12 zapatisti vengono uccisi.
Questa storia sarebbe già abbastanza singolare se non fosse che la rivoluzione doveva essere dichiarata un anno prima ma la mattina, quando attraverso i walkie talkie fecero l’appello dei villaggi, ne mancava uno. Era un bel problema, non si poteva certo lasciare fuori un villaggio: vi immaginate la vergogna degli abitanti e delle generazioni future? No, no, bisognava rimandare di un anno esatto.
E per un anno tutti mantennero il segreto, per un anno intero quattromila persone non fecero parola di quello che sarebbe avvenuto. Impossibile da credere, ma è andata proprio così.


Quante balle ci raccontano…

Di Jacopo Fo

Riprendiamo il discorso lasciato in sospeso la settimana scorsa con la panoramica di tutte le balle che ci hanno raccontato su tutto.
Credo sia importante che si capisca che i giudizi che diamo sulla realtà spesso sono viziati dal fatto che partono da un’idea tecnicamente sbagliata.
La maggioranza di noi ha studiato al liceo che la cellula è il più piccolo organismo vivente unitario, perché la cellula è fatta da una sola unica entità. All’inizio degli anni ’80 una ricercatrice – la maggioranza di queste scoperte sono state fatte da donne – la dottoressa Margulis fa una cosa che hanno fatto centinaia di migliaia di biologi: ha preso una cellula e l’ha guardata con il microscopio. Guarda bene e ha un’illuminazione e ne ha quasi paura perché si chiede come mai nessuno si sia mai accorto di quello che lei sta vedendo: e cioè che quegli aggeggi che poi si mettono assieme e formano la cellula sono i mitocondri.
La Margulis si accorge che in ogni cellula umana c’è un mitocondrio e sono anche all’esterno della cellula stessa e quindi la cellula è una cooperativa. Dopodiché propone una nuova teoria evoluzionistica basata sul fatto che gli elementi fondamentali dell’evoluzione non sono la competizione e la capacità di connessione sessuale, ma il primo elemento è la capacità di cooperazione e sostiene che noi esseri umani siamo riusciti a evolverci in una certa maniera proprio perché la cosa che sappiamo fare meglio è la cooperazione.
Allora, vorrei che provaste a fare un esperimento: pensate in che misura vi vedete parte di un gruppo, se pensate alla famiglia, alla vostra squadra di calcio, a qualunque organizzazione, ente, gruppi di amici… fino a che punto vi sentite partecipi di queste persone, fino a che punto la vostra salute fisica dipende dal fatto che voi incontriate queste persone? Se state male, tra le ricette per stare meglio c’è l’andare a trovare i vostri amici o è meglio chiudersi in casa?
Esiste una disinformazione sull’importanza del contatto con gli altri esseri umani.
In televisione ci martellano con la pubblicità che vende prodotti che sterminano qualunque tipo di batteri in casa. Il grande ribelle di questa campagna pubblicitaria disastrosa è il nuovo dentifricio che dice: perché volete sterminare i batteri nella bocca? Ne avete tanti quante le stelle nel cielo, vi vogliono bene, usate un dentifricio che non stermina i batteri perché è una stronzata. Il nostro ammazza solo quelli cattivi.

La verità la dice la pubblicità dello Yogurt. Noi riusciamo a digerire perché abbiamo miliardi di fermenti lattici, di creature che demoliscono il cibo che mangiamo, non siamo in grado di assorbire il cibo se non ci sono i batteri. E non solo: intorno a noi ci sono miliardi di batteri che sono un esercito che ci adora, sono convinti che noi siamo Dio e farebbero qualunque cosa per noi.
Se arriva un virus o un batterio cattivo, je menano. Se il virus riesce a superare il primo muro ce n’è un secondo che sono i batteri che stanno sulla nostra pelle che sono straordinari con cui abbiamo rapporti intimi e non ce ne rendiamo conto. Abbiamo gli organi sessuali completamente coperti di batteri e quando sentite certi desideri c’è da chiedersi se vengono dal cervello o è la sfera batterica cha ha iniziato ad agitarsi e a creare delle situazioni particolari.
Alla luce dell’importanza dei batteri sono state fatte delle ricerche sui depressi. Non so se avete notato su voi stessi oppure su qualche amico che il depresso tende a lavarsi di meno. E’ uno dei primi sintomi della malattia.
Perché? C’è un motivo ben preciso. Gli scienziati hanno scoperto che dopo tre giorni che non ci si lava, sul corpo si sviluppa un certo tipo di batterio detto “zellosus” che sta bene quando c’è quel sudaticcio, appiccicaticcio, quei sali minerali essiccati, ecc. E questo porco, perché è il batterio più maiale che esista, è drogato fradicio di dopamina e ha scoperto (vorrei sapere come cavolo ha fatto) che noi la produciamo.
Allora quattro miliardi di batteri al quadrato si mettono d’impegno e fanno la danza della dopamina, le cellule sottostanti sentono il gran fracasso e mandano un segnale al cervello che dice “Dopamina! Dopamina!” e allora il cervello la produce e questi miliardi di batteri se la fanno in vena!
E il depresso sta meglio perché il cervello aumenta la quantità di dopamina prodotta.
E questa è la meraviglia del creato, è una cosa fantastica, andrebbe insegnata a scuola. E bisognerebbe anche insegnare che noi avremmo un crollo delle spese sanitarie se invece di permettere queste pubblicità che incitano a disinfettare tutto si facesse una pubblicità progresso che dice: attenzione, quando vi lavate risparmiate di pulirvi o un gomito o un ginocchio, che sono le parti meno puzzolenti del corpo, di modo tale che lì possa resistere una colonia di questi batteri maialoni che vi fanno produrre più dopamina.
I destini dell’umanità sono in mano ai batteri. Ognuno di noi ha una “fauna” batterica personale (dicono flora ma è sbagliato, quella è fauna, i batteri ruggiscono, alcuni hanno proboscidi lunghissime). Ed è tanto personale che la malavita è fottuta perché oggi la traccia batterica del criminale si può vedere anche dopo quattro ore dal fatto criminoso e non c’è modo di nasconderla. Per non emettere una traccia batterica bisognerebbe andare in giro con uno scafandro pressurizzato che non emette aria perché ne basta un filo, e olè!
La ricchezza batterica è incredibile tanto che per certe malattie intestinali che distruggono la fauna batterica hanno pensato che si possono trapiantare le feci. Il procedimento non è truce come si potrebbe pensare, le feci vengono trattate e si guarisce perché qualcuno ha donato i propri batteri.
Perché ci abbracciamo e ci baciamo? Perché noi italiani viviamo più di tutti i popoli del mondo eccetto i giapponesi? (Che poi bisognerebbe capire perché i giapponesi vivono così a lungo… ma è tutta un’altra storia).
Noi siamo longevi per due motivi semplicissimi: in Italia ce la pigliamo più calma, se fai una stronzata in Germania ti mettono in galera e non ne esci più. In Italia… “mo’ adesso vediamo…” non c’è un mondo certo, c’è il grigio e il grigio allunga la vita. E le cose come vengono fatte in Italia? A cazzo di cane, e questo è fondamentale per il nostro benessere.
E l’altra cosa che ci allunga la vita è che noi ci abbracciamo e ci baciamo e gli attori italiani vivono tantissimo perché si abbracciano e si baciano più della media dei commercialisti.
Quando uno sta in casa e non esce, non abbraccia nessuno e sta male. Se avete dei problemi di salute chiedetevi quanta gente abbracciate, e poi chiedetevi quanto tempo passate a fare qualche cosa con qualcun altro. Qualunque cosa, non per forza meditazione o yoga, qualunque cosa, anche marciare a passo romano, andare alla partita, cantare nel coro della chiesa. Qualunque cosa voi facciate con qualcun altro crea un fenomeno che è stato studiato non a caso da un italiano. Nittamo Montecucco nel 1999 scopre che un gruppo di persone che fa insieme qualunque cosa dopo 31 minuti raggiunge un impressionante sintonizzazione delle onde cerebrali misurabile con l’encefalogramma. Inoltre, così facendo si aumenta la produzione di dopamina che è il neurotrasmettitore che ci fa stare bene, funzionare il fegato, i reni ecc e dà pure euforia. I popoli che hanno meno di noi l’idea dell’individualità rispetto al gruppo hanno più dopamina nel sangue.
Quanto il fatto di essere accolti da una collettività di amici, di familiari, di colleghi di lavoro è importante per il vostro benessere? Più della dieta o meno?
Franco Berrino, oncologo epidemiologo ha raccolto molte testimonianze su questo. In particolare una ricerca condotta su alcune infermiere americane ha rilevato che, al di là dei benefici relativi alla dieta, a stare meglio erano quelle che pregavano insieme tre volte alla settimana; e non solo: le infermiere nere che andavano a pregare tre volte alla settimana avevano dei valori di benessere generale maggiori delle bianche. Dio è razzista?
No, solo che i riti sono diversi: i neri cantano durante la funzione e quindi si scopre che l’arte ha un valore enorme. Cantare in coro è più che pregare, la musica ti dà emozione, ti porta in uno stato mentale in cui la mente razionale si spegne. La musica ti muove una serie di meccanismi poetici.
(continua)


La storia di Inanna – Seconda parte

(vedi la prima parte qui)

La cosa divertente di questa storia è che esiste un pezzo della Bibbia che non è così esplicito ma che è altrettanto scioccante ed è un brano che inizialmente, inserito quando fu redatta, non venne inserito perché i rabbini dissero che non era il caso di mettere un brano del genere in un libro sacro. Ci fu una rissa e 150 anni dopo ci fu un’insurrezione femminile perché quel pezzo veniva cantato nei matrimoni. La sacralità del matrimonio per il popolo veniva celebrata con questo canto d’amore delicatissimo per cui le donne volevano che fosse inserito nella Bibbia e costrinsero i rabbini a fare l’unica modifica che sia mai stata fatta sul Vecchio testamento.
Questa canzone è bellissima e c’è una stranezza per quanto riguarda il colore della pelle, infatti inizia con la fanciulla che parla e dice:
“Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar, (che erano nere, NdR)
come i padiglioni di Salma.
Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole”.
E’ un inizio stranissimo, sembra che sia di colore, non semplicemente abbronzata. Però il ritmo di questa poesia nella struttura è molto simile al precedente.
In un altro brano lei dice: tu sei dolce come lattuga cresciuta sul bordo del fiume, c’è questo gusto per i paragoni che è meraviglioso.
Tornando a Inanna, la cosa curiosa è che nel Gilgamesh, scritto 500 anni dopo, Inanna non è più una dea, non è più la donna meravigliosa che ha dato ricchezza e conoscenza all’umanità. E’ una poco di buono.
Che cosa è successo nel frattempo? La prima ondata di guerrieri allevatori si è civilizzata ma la società matriarcale si è diluita perché i conquistatori hanno portato la loro cultura, poi è arrivata un’altra ondata e un’altra ancora… il Gilgamesh viene scritto quando la cultura è completamente cambiata.
I meccanismi della storia si vedono in trasparenza negli scritti. Gilgamesh è questo grande eroe, un semidio, compie grandi imprese. Inanna lo vede e se ne innamora perché è bellissimo e fortissimo e gli chiede di stare con lui, colma di desiderio. Gilgamesh le risponde che non ci pensa nemmeno, qualunque cosa facesse per lei, da portarle il miele la mattina e i datteri la sera, lei lo avrebbe distrutto, come aveva fatto con tutti gli altri uomini che aveva avuto.
E la accusa addirittura di aver ucciso l’amante Dumuzi, quando invece lei era scesa nel mondo dei morti per andare a liberarlo.
Insomma, viene riletta la storia, Gilgamesh la accusa di essere una prostituta perché ha sedotto il povero dio delle acque rubandogli i suoi segreti, omette di dire che poi li ha regalati all’umanità.
Un chiaro esempio di fake news, di mistificazione, di distruzione dell’identità della dea perché non è più importante, ora c’è un dio, la società matriarcale è stata abbattuta. Ora abbiamo la società patriarcale che deve affermare che la dea, la Grande Madre, non conta niente. Quindi viene riscritta la storia e tutte le grandi imprese di Inanna i suoi sacrifici, i doni meravigliosi in favore dell’umanità le vengono rovesciate addosso.

Quante balle ci hanno raccontato su tutto.
Credo sia importante capire che i giudizi che diamo sulla realtà spesso sono viziati dal fatto che partono da affermazioni tecnicamente sbagliate.
Ma ne parliamo nella prossima puntata.
(continua)


Quando la situazione si fa seria tocca farla ridere!

Per chi è deluso dall'umana insipienza, per chi è avvilito per la disumana scemenza, per chi dei sogni non riesce a farne senza,  ecco qualche cosa di completa differenza.

Stiamo radunando la banda dei teatrivi, comunicattivi, per dar vita alla più colassiale operazione dadaista di menti rinnovabili, spiriti atossici, fantasie biodinamiche, e mi fermo qui per non divenire prolesso.

L'obiettivo è formare un laboratorio creattivo permanente e immanente, ma anche un po' invadente, che produrrà inchieste rutilanti, video shock, buffonate flash mob, arte da asporto, filosofia da diporto.

Dopo i fasti del Male, dopo l'invenzione dei ristoranti biologici, dei corsi di scrittura creativa, i trionfi dei muscoletti vaginali e del parto dolce, dopo l'esplosione della comicoterapia nei reparti pediatrici, dopo lo sterminio delle lampadine ad incandescenza, dopo l'olio di colza andato a ruba nei supermercati e la scoperta dell'acqua calda solare... dopo il ritrovamento di Arlecchino in Africa, dopo il tripudio mondiale di Wiwanana cerchiamo volontari senza macchia e senza paura, per far vedere a Mark Zuckerberg che si può usare il web per fare qualche cosa di completamente diverso!

Chi cerchiamo
Esseri maschi, femmine e ibridi, di tutte le età, anche non muniti di titolo di studio, capelli, cappelli o altro, ma estremamente ricchi di dinamiche oniriche evolute, gente capace di entusiasmarsi, tramare, tremare, avere la pelle d'oca, passare le notti sugli aisberg a pelle d'orso, infiltrarsi nelle trincee della disinformazione fingendo di essere Pippo o Pluto (Paperino no perché è passato al nemico) e che contemporaneamente amino cooperare, collaborare, condividere, couorchizzare, sperimentalizzarsi.  

Chi siamo
L'Alcatraz Band, la più tosta unità d'assalto mediatico invisibile, attualmente in circolazione. Abbiamo passato questi mesi a tessere alleanze strategiche e a stabilire principi di coesistenza pacifica: aborriamo le assemblee perché nelle assemblee ci sono i leader e gli anti leader, quelli che parlano e quelli che no; abbiamo cassato il centralismo democratico perché crediamo che tutto funziona bene solo se la maggioranza si sottomette alle decisioni della minoranza, abbiamo sostituito i meccanismi di potere con la mansuetudine.

Siamo per la tempesta di cervelli estrema (che all'inizio cominci a parlare ma non sai neanche di che cosa) crediamo nella casualità creativa e nella coincidenza devozionale.

Quanto costa? Niente è gratis.

Non siamo qui per vendere e neanche per regalare.

Quel che cerchiamo e quel che offriamo non ha prezzo. Rilasciamo pure attestati di frequenza per sedare parenti e coniugi ansiosi e nella migliore delle ipotesi creeremo insieme un milione di posti di lavoro in professioni che al momento ancora non esistono come lo Spulciatore di Bufale, il Pettinatore di Bambole Bulimiche, il Pattinatore di Scie Chimiche, il Calzolaio per Millepiedi, il Succhiatore di Verdure, l'Orco Sinergico, lo Snocciolatore Semantico, il Grànfico, l'Azzappa Garbugli.

Se l'idea ti sollucchera e ti giuggiola martedì sera ore 21,30, sul mio FB in diretta video e possibilmente anche audio per non vedenti, con interazione chat, skyp, telephon. L'evento sarà disponibile anche in differita senza possibilità di intervenire retroattiva causa persistenza conseguenzialità temporale non iporesistente. Per tenersi informati registrati sulla meiling list degli amici di Alcatraz.

Ps
Mo' vojo vedé che trollano i troll su questo stesto!


Il potere della creatività – Quarta parte

Ci siamo lasciati a fine luglio raccontandovi di questo incontro avvenuto alla Libera Università di Alcatraz tra Jacopo e un gruppo di psicologi sul potere della creatività.
Riprendiamo a raccontarvelo partendo dalle domande del pubblico.

Pubblico: Quali aspetti della tua famiglia di origine porti avanti e quali, invece vuoi abbandonare nella gestione di questo luogo incantevole?
Jacopo: La mia famiglia era veramente strana nel senso che nel bene e nel male era una famiglia che aveva una compattezza incredibile, anche con tutti i casini di una famiglia…! I miei genitori litigavano a livelli spaziali, però c'era questa idea di unità e c'era anche una modalità molto particolare di motivare.
Il sistema educativo della mia famiglia si basava sul potere della fiducia, cosa che io poi ho cercato di portare avanti qui ad Alcatraz.
A diciotto anni ho smesso di andare a scuola e mio padre mi ha detto “Se non vuoi andare all'università, mettiti a lavorare” Ho risposto: “Ok” e lui “Va bene, allora fammi venti maschere di cartapesta, mi servono tra tre mesi”.
Ero sconcertato e ho protestato: “Papà, ma non ho mai fatto una maschera di cartapesta, come faccio?”
Allora Dario telefonò al suo amico Donato Sartori, grande fabbricatore di maschere e il giorno dopo partivo per Abano Terme.
Ho passato lì cinque giorni, ho imparato e poi le ho costruite e andavano anche bene.
Ecco il meccanismo, è una scommessa: se tuo padre ti mette in mano un progetto e tu sai che se non lo consegni in tempo non possono andare in scena con lo spettacolo pensi “Mio padre è convinto che io lo sappia fare”. E questo è determinante.

Non ho mai fatto corsi di teatro, si dava per scontato che io avessi guardato per tot anni come recitavano i miei.
Quindi chiedevo a me stesso: “Che cosa fanno? Cosa devo imparare?”
E questo mette in moto un meccanismo in cui ci si responsabilizza ed è molto potente, poi riguarda tutto... Devi fare arte perché è bellissimo e perché utile, è utile perché ci sono delle ingiustizie nel mondo e tu devi impegnarti contro queste ingiustizie. Ci sono delle persone in difficoltà e tu devi portare aiuto a queste persone e devi comportarti in una certa maniera perché se non ti comporti in quella maniera dai una ruota negativa al mondo.
L'ultimo ceffone che ho preso da mia madre (un ceffone vero, il famoso lavadenti...) è arrivato un giorno che Franca era malata. Era a letto e iniziammo a discutere perché la compagnia di mia madre, che era anche un’associazione politica, si era scissa e alcuni ragazzi che stavano nel mio gruppo politico (erano gli anni '70 e c'erano tante piccole organizzazioni) lavoravano con i miei. Avevano litigato con mio padre e mia madre e si erano comportati veramente molto male. Mia madre, mentre stava a letto moribonda, mi racconta di cosa era successo: un ragazzo del mio gruppo aveva insultato mio padre e io dico: “Beh cavolo, pazzesco, adesso voglio andare dai miei compagni e andare a sentire cosa è successo”.
PAM! (schiaffo)
Perché non si discute su quello che fa la famiglia... su che cosa ti devi informare? Se una cosa te la dice tua madre è la religione!
Benigni ha fatto una battuta meravigliosa. Mio padre negli ultimi anni ha iniziato ad attaccarlo in un modo feroce e l'ha distrutto quando è andato da Obama con Renzi. Quando hanno intervistato Benigni e gli hanno chiesto “Scusi, ma cosa pensa delle dure critiche che le ha mosso Dario Fo?” Lui ha risposto: “Dario Fo è come la mamma, non si discute quello che dice la mamma!”
L'ho adorato perché ha proprio fotografato un'impostazione quasi militarista...

Quando avevo sedici anni ero veramente uno sfigato pazzesco e stavo a Como. Como è una città drammatica perché la rivoluzione sessuale non è arrivata ancora oggi.
Era una situazione veramente terribile e io scoprii che a Milano invece c'era tutto un altro clima, lì viveva mia cugina con cui ero cresciuto e mi diceva che lì c'era un gran fermento.
Decisi di andare a Milano per vedere se trovavo una ragazza disponibile e incontrai una fanciulla meravigliosa, nacque una grande storia d'amore, la settimana dopo cercai di organizzarmi per tornare e mi convocarono a una riunione della federazione giovanile comunista italiana proprio quel pomeriggio di sabato in cui avevo in programma di andare a Milano dove c'era questa festa e forse l'avrei rivista.
Per me era un grosso problema decidere di tradire la rivoluzione comunista per andare a Milano, e alla fine andai a Milano e trasgredii ma fu un grande conflitto interiore. Per darvi un’idea… a undici anni vendevo L'Unità sulla spiaggia tutte le mattine, mi facevo i chilometri con la maglietta con su scritto: 'Io sto con i Vietcong'.
Terribile... ho avuto dei gravissimi problemi psicologici!

Ho una grande stima per quello che hanno fatto i miei genitori e continuo a farlo, quello che ho aggiunto di mio è che sto cercando di creare un’organizzazione culturale a rete, con persone che collaborano in maniera autonoma, senza assemblee, tutti rapporti a due, non è una struttura organizzata in modo piramidale: sono una serie di rapporti di amicizia come funziona poi in teatro. Sai che per fare quell'operazione ti serve un fonico, un attore, un regista, uno scenografo, se invece si tratta di organizzare interventi sull'ecologia, che è l'altro nostro grande settore d'intervento, ti serve un ingegnere, un meccanico ecc...  
Da questo punto di vista i miei erano più individualisti.

Pubblico: Quanto ti sei sentito in competizione con i tuoi genitori e di più con chi?
Jacopo: Beh, tantissimo con mio padre (avendo studiato psicologia, sapete benissimo come vanno queste cose!), però sinceramente la competizione non è stata il centro dei miei problemi, anche perché l'idea della competizione non era tra le persone ma nelle situazioni.
In vita mia ho totalizzato una quantità di fallimenti spaventosa e loro mi hanno sempre detto “Va bene, ok, non ha funzionato, insisti e vedrai che prima o poi ce la fai”.
Anche perché il problema è che competere con mio padre era complicato, non era certo una persona normale...
Scena: a Trieste, quattro del pomeriggio, ci fermiamo per chiedere indicazioni, mio padre scende dalla macchina, si rivolge a una ragazza e dice “Mi scusi, via tal dei tali?” Lei lo guarda, si gira e inizia a scappare. Noi che non riuscivamo a parlare a mio padre perché stavamo sghignazzando in maniera oscena perché a mio padre erano cascati i calzoni in mezzo alla strada...
Il futuro Premio Nobel era talmente disastrato che io ho avuto sempre un senso di superiorità rispetto a mio padre che invece per tutte le cose più semplici della vita era completamente negato. Per reazione sono diventato, prendendo da mia madre, più organizzativo, entro certi limiti... sono un casinista pazzesco però insomma… riesco a gestire un pochino di cose.

Pubblico: Se la creatività è anche un modo per mettersi in salvo, creando questo posto cosa hai potuto mettere in salvo di te?
Jacopo: Vengo da un'esperienza post-traumatica. Mia madre viene rapita e massacrata quando avevo 17 anni e io impazzisco.
La mia prima reazione è stata quella della ricerca della vendetta. Per un anno e mezzo mi sono solo posto il problema di come fare a beccare questi criminali e ammazzarli tutti.
Per questo sono caduto nelle spire dell'Autonomia Operaia con della gente adulta che mi diceva “Vieni con noi che noi siamo in grado di trovare i rapitori di tua madre”.
Presto mi sono reso conto che erano una manica di teste di cavolo… poi sono diventato pacifista, al momento vedevo semplicemente che questi erano pazzi, la loro concezione di come si fa un'inchiesta per trovare un colpevole, era demenziale... Per cui ho avuto un lampo di genio e me ne sono andato. A posteriori è stato molto interessante perché ho sperimentato cosa vuol dire la manipolazione di un gruppo su un soggetto. Queste organizzazioni hanno la stessa struttura di una setta religiosa. C'è un bombardamento quotidiano di “Ci stanno controllando, “Ci danno la caccia”,  “La polizia ci sta intercettando”, “Ti stanno seguendo” ed entri in uno stato di ansia che ti fa aderire all'organizzazione e l'organizzazione diventa sacra.

A un certo punto mi sono reso conto di essere impazzito. Un giorno mi trovavo con una ragazza con cui avevo avuto una breve storia d'amore ed eravamo ottimi amici, eravamo in Piazza del Perdono a Milano e anche lei faceva parte di Autonomia Operaia. Stavo parlando quando mi mette le mani sulle spalle e mi urla: “Jacopo! E' la quinta volta che me lo ripeti. Ho capito, son d'accordo, ma smettila!” Non mi ero accorto che ero entrato in un loop, tutta il giorno andavo in giro e ripetevo lo stesso discorso “Dobbiamo reagire, non è possibile, ci sono addosso, dobbiamo difenderci, dobbiamo attaccare”.
Ho preso il famoso schiaffo zen...
Poi nella vita ho capito che era tutta una follia. Per fortuna ne sono uscito prima di sparare a qualcuno, sono anche riuscito a uscirne portando con me 150 persone.

Ovviamente arrivare all'idea che non vale la pena ammazzare chi aveva aggredito mia madre è stato un transito lunghissimo.
Ho capito poi che queste persone non vivono, non sperimentano, non hanno il piacere della vita. Uno stupratore non è in grado di provare piacere e capisco che questo è un concetto difficilissimo da discutere con una donna che è stata stuprata però è così.
Se vi interessa ho fatto un lungo articolo in internet: “Lo stupratore è frigido”: vi è tutta una serie di articoli che citano una serie di ricerche, di documentazioni, di analisi.
Quando negli anni 90 sono venuti fuori alcuni nomi di coloro che avevano rapito mia madre, ho passato due giorni a meditare serenamente se era il caso di prendere un cacciavite arrugginito e andare a farli fuori in maniera lenta e dolorosa, poi ho pensato: “Ma chi se ne frega tanto... anzi che vivano il più possibile perché vivere in un vuoto pressurizzato, in assenza di emozioni, nell'incapacità di sentire se stessi, di avere empatia con gli altri... punizione più terribile di questa non c'è, non voglio ucciderli perchè farei loro un favore”.

Ma al di là di questo processo ho anche fatto una serie di cose che mi hanno fatto sfogare, tra cui gestire un giornale di satira violentissima. Mi sono tolto delle soddisfazioni nel fare provocazione, invece di reagire violentemente ho reagito come antagonista.
Il Male raccolse 186 denunce per oltraggio alla religione, al Capo di Stato... tiravamo secchiate di merda su tutti quelli che avevano potere, autorità. Di queste 186 denunce, 87 le avevo prese io, per cui... devo dire... mi sono proprio sfogato... della serie “C'ho un sassolino nella scarpa, adesso ve ne dico quattro perché siete un sistema di pezzi di sterco di elefante marcio!”


Il potere della creatività – Terza parte: Sulla trasgressione

Proseguiamo la chiacchierata che Jacopo ha tenuto ad Alcatraz in occasione dell’incontro con un gruppo di psicologi.

Domanda: Tu sei cresciuto in un ambiente molto creativo e la creatività è per te un'eredità familiare: quali sono allora le “trasgressioni” nella tua vita?

Jacopo: Io ho un grande lusso, quello di avere un lavoro che posso fare quando voglio. Quindi ci sono anche mattine in cui, se non ho un appuntamento (che tra l'altro cerco di fissare per pranzo perché mangiare e parlare per me è più facile), posso restare a letto o fare qualunque altra cosa che non sia già programmata.

Credo che nella nostra cultura sia presente un grosso “nodo”, che per me ha rappresentato un problema importante, vale a dire il fatto che noi abbiamo una concezione autoritaria del rapporto con noi stessi.
Un popolo che stimo tantissimo sono gli Oceanici: da che mondo è mondo non hanno mai combattuto una guerra, affermano che noi siamo un condominio e che la cosa migliore che possiamo fare è quella di mettere d'accordo le varie identità di questo condominio e usarle quando servono.
L'identità stupida ce l'abbiamo tutti, i famosi “5 minuti di mona” … se viene fuori a una festa può anche essere ok, ma se la usi per fare la dichiarazione dei redditi ti arrestano!

Quello che intendo dire è che bisogna distinguere... Io faccio grandi trattative tra me e me, e mi faccio delle concessioni... Per esempio, ritengo di essere una persona davvero noiosa per quanto riguarda l’alimentazione, e quando avevo tre bimbi piccoli prima   - la mia prima figlia e i suoi due fratelli -, e la mia seconda figlia dopo, ero sempre lì a dire: cosa mangi, cosa non mangi, quel prodotto non lo puoi comprare perché è tossico, quel prodotto non lo puoi comprare perché è prodotto dalle multinazionali che finanziano la guerra, ecc…  Al punto che mia figlia Jaele, quando era piccola ed eravamo al supermercato, mi chiedeva “Papà, queste cose le fanno i cattivi? Posso comprarle?”
Però ogni tanto c'era il Porky-party! Andavamo insieme nel paesino di Casa del Diavolo - a pochi chilometri da Alcatraz -, entravamo al bar e prendevamo tutte le schifezze possibili: merendine chewingum, caramelle, tutto quello che di più nefando c'era… ci chiudevamo in macchina e mangiavamo fino alla nausea, una cosa allucinante! Questa, secondo me è una trasgressione fondamentale, anche perché se ogni tanto mangi delle porcherie... ciccia!
Io sono vegetariano però la carbonara… non puoi dire “quella è carne”: quella è un'opera d'arte...  voglio dire, prima è stata invecchiata, poi è stata stagionata, poi affumicata, poi fritta... cioè... il maiale lì non c'è! E' un prodotto omeopatico!

Ecco, credo che, almeno per me, la trasgressione sia proprio questo ... Credo che sia giusto fare determinate cose, ma ogni tanto mi dico “ma chi se ne frega!”, faccio qualcosa di completamente diverso, mi dedico a qualche eccesso. E sono convinto che questo faccia bene!

Prendiamo la questione della dieta: decidi che devi metterti a dieta, prendi la tua identità golosa, la incarceri nelle cantine della tua anima, fai la dieta perfetta, inizi a dimagrire, tutto ok. Poi una notte ti addormenti, la tua identità poliziotta è stanchissima per questo controllo costante ed è in coma, l'identità golosa riesce ad evadere dalle segrete del castello e vai in cucina, apri il frigorifero e ti mangi il fabbisogno alimentare del Burkina Faso e tutto va a rotoli!

Allora, secondo me, molto meglio una cosa graduale... eliminiamo dal menù tutti i cibi chiaramente tossici, mi impegno a mangiare solo cose buonissime e mi impegno però a gustarle... Uno dei problemi delle persone sovrappeso (non penso di dire una novità) è che non masticano, perché non gustano, per cui non hanno soddisfazione.
Si può avere una soddisfazione maggiore con la stessa quantità di cibo se si mastica lentamente e lo si assapora, e non masticando in maniera compulsiva.
Se veramente mi dedico ad avere un rapporto spirituale con quello che sto mangiando perché è buonissimo, se mangio cose buone masticandole bene, sento molto di più il sapore!
Siccome il nostro stomaco manda i segnali di sazietà solo dopo mezz'ora, il punto non è quanto mangio, ma quanto mangio nella prima mezz'ora. Meglio ancora, poi, se mangio cose sempre più buone, me le gusto, me le godo, se sono davvero completamente lì a sentire quant'è buono questo cibo… E magari lo faccio in maniera conviviale, e non da solo guardando in televisione un telefilm di paura, perché così entro sotto stress e non sento le sensazioni!

Tornando al punto iniziale, dunque, io sono per la trasgressione metodica quotidiana: le trasgressioni di altro tipo non mi interessano tanto ...
Io ho una zia molto strana che a cinquant'anni ha scritto un libro dal titolo “La regina dei medò”, i medò sarebbero proprio gli orpelli maschili... Ebbene, lei diceva che fino a 5 persone è amore, e dopo è un'orgia... Sinceramente credo che già farlo in due abbia un suo perché! Per cui sono per una riduzione di questo tipo di trasgressioni!