Vacanze estive alla Libera Università di Alcatraz

gilgamesh

Inanna, la Dea sumera censurata


di Jacopo Fo

Inanna seduce il Dio creatore, signore dell’acqua dolce, che dà vita e fertilità.
E quando egli è ebbro del vino invecchiato che lei gli ha offerto e della passione sensuale, si fa rivelare i 100 segreti della conoscenza, che poi regala agli esseri umani.
Inanna è una e trina. Lei è contemporaneamente 3 Dee.
Il suo amato, Dumuzi, viene ucciso e lei per riportarlo in vita scende nel mondo di sotto dove regna sua sorella Ereshkigal. Inanna si adorna di 7 ornamenti d’oro, perle e pietre preziose e scende nel mondo dei morti, superando 7 cancelli. Ma a ogni cancello deve rinunciare a uno dei 7 ornamenti.
Arriva quindi nuda al cospetto della sorella. Chi varca la soglia del mondo di sotto muore e dopo tre giorni resuscita.
Alla fine Inanna fa un patto con la sorella, il suo sposo Dumuzi starà per sei mesi nel mondo dei morti e per sei mesi nel mondo dei vivi, così che per la metà dell’anno le piante possano crescere e i frutti maturare.

Le storie di Inanna sono molteplici e per ognuna abbiamo diverse versioni. Questi racconti, all’origine di numerosissimi miti religiosi, sono un condensato di idee e simboli che sono le fondamenta dei miti umani. La sua epopea è tra le più antiche e complesse.
Eppure a scuola neppure te ne parlano.
Se il racconto di Inanna venisse letto a scuola in effetti avremmo dei problemi. Soprattutto laddove dice:

“Quanto a me, Inanna,
Chi arerà la mia vulva?
Chi arerà il mio alto campo?
Chi arerà il mio umido terreno?
Quanto a me, giovane donna,
Chi arerà la mia vulva?...”

Dumuzi rispose:
"Grande Signora, il re arerà la tua vulva.
Io, Dumuzi il Re, arerò la tua vulva."

Inanna disse:
"Ara dunque la mia vulva, o uomo del mio cuore!
Ara la mia vulva!"

In grembo al re si ergeva l'alto cedro…

Inanna cantò:
"Egli è germogliato: egli è fiorito;
E' lattuga seminata vicino all'acqua.
E' il beneamato del mio grembo…

Sempre mi reca dolcezza il mio uomo dolce come il miele,
Il mio uomo dolce come il miele.
Il mio signore, dolcezza degli dei,
E' lui il beneamato del mio grembo.
Miele è la sua mano, miele è il suo piede,
Sempre mi reca dolcezza…

Colui che impaziente, impetuoso, mi accarezza l'ombelico,
Colui che mi accarezza le morbide cosce,
E' lui il beneamato del mio grembo,
Egli è lattuga seminata vicino all'acqua."

5.500 anni fa già si parlava d’amore così!
Fantastico! Scommetto che se mi permettessero di fare una lezione su Inanna nei licei avrei tutta l’attenzione degli studenti…
Mi piace vincere facile… Poi probabilmente orde di genitori leghisti brucerebbero l’edificio scolastico e mi darebbero la caccia…

Oltre alla bellezza amorosa e alla complessità del mito di Inanna c’è un particolare che mi pare veramente importante dal punto di vista storico e che non ho trovato citato da nessuna parte, il che vuol dire che quantomeno è poco noto.

Per raccontare di che si tratta ho bisogno di fare una premessa.
Da decenni un gruppo minoritario di storici (per lo più donne, vedi Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea; Riane Eisler, Il piacere è sacro) sostiene, sulla base di notevoli prove archeologiche, che verso il 7000 a.C. lungo i grandi fiumi, in Egitto, Medio Oriente, India e Cina, si sviluppò una civiltà matriarcale di pescatori contadini.
Questi popoli scolpivano un gran numero di donne prosperose, falli, vagine e seni. Abitavano in villaggi senza mura e senza abitazioni regali.
Avevano case dotate di camini e cardini. Le loro sepolture non rivelano differenze di rango e le sepolture delle donne sono simili a quelle degli uomini. Grandi costruttori di canali, abili ceramisti, tessitori, falegnami e commercianti, inventarono una sorta di scrittura per immagini dedicata alla celebrazione della fertilità e non ci lasciarono nessuna immagine che celebrasse guerre o abilità guerriere. Popolazioni pacifiche che traevano la loro forza dalla capacità di collaborare per sfruttare al massimo la fertilità dei terreni che lo straripare periodico dei fiumi offriva, realizzando grandi opere collettive per irreggimentare le piene e imponenti costruzioni sopraelevate per tenere al sicuro le sementi. Questa civiltà viene comunemente chiamata matriarcale, ma molti storici oggi preferiscono il termine “collaborativa” (partnership) perché nella parola “matriarcale” si ravvisa il contrario di una società patriarcale, quindi dominata dalla femmina anziché dal maschio. Queste società ittico-agricole erano invece paritarie.

Nello stesso periodo, nelle steppe euroasiatiche si sviluppava una civiltà di allevatori nomadi. La condizione del pastore, ben diversa da quella del pescatore contadino, induce alla competizione. Da subito i pastori devono contrastare le belve che attaccano le greggi. Il bravo allevatore uccide il leone, quello meno abile perde tutto il gregge. Presso questi popoli le arti militari sono quindi fondamentali. Il valore del singolo pastore/guerriero è al centro della loro economia. Si sviluppa quindi l’individualismo e ben presto oltre agli animali feroci, i pastori devono fronteggiare predatori umani. Rapinare le greggi è più facile che rapinare i raccolti perché le pecore camminano da sole. Nasce così la proprietà individuale degli armenti e ben presto i maschi reclamano la proprietà anche sulle donne. Nasce il mito della verginità. Uomini più abili di altri diventano re e generali.
Il livello di violenza dentro i villaggi e con i vicini aumenta, alcuni si costruiscono armi più evolute e riescono a dominare vasti territori. La rapina e lo schiavismo diventano fonti economiche primarie. Quando alcuni riescono a costruire archi abbastanza potenti da uccidere un uomo da una certa distanza e quando riescono a domare i cavalli, iniziano ad attaccare le ricche e ben più evolute popolazioni delle grandi pianure.
Ed è questo il momento storico nel quale iniziano guerre su vasta scala. I popoli matriarcali resistono ma alla fine soccombono. A volte fuggono verso territori impervi pur di mantenere la loro libertà, a volte vengono trasformati in servi o schiavi dei vincitori.
Contemporaneamente i guerrieri pastori restano ammaliati dalla cultura, dalla ricchezza, dalla tecnologia e dalle arti dei popoli vinti.
Inizia così un processo di fusione e assimilazione.

Le tracce di questo processo sono rinvenibili nei testi più antichi dell’umanità.

I miti di gran parte del mondo narrano di una Dea creatrice che viene spodestata da un Dio guerriero. E dopo le prime ondate migratorie dei pastori guerrieri altri arrivano e conquistano quei territori e allora i nuovi vincitori aggiungono nel Pantheon dei popoli vinti un nuovo Dio guerriero, più potente del precedente, che lo spodesta. Ad esempio, nel Pantheon greco dopo la Dea creatrice Gea si susseguono ben tre Divinità maschili, una dopo l’altra.
Sto scrivendo un libro che ricostruisce queste stratificazioni nelle narrazioni religiose, si trovano tracce ovunque, anche nella Bibbia…

La storia di Inanna è interessante perché evidentemente nasce presso le culture matriarcali, alle quali deve il suo impianto generale e la struttura narrativa, e viene poi cannibalizzata da racconti patriarcali successivi.

Ad esempio, nella più tarda epopea di Gilgamesh, Inanna (chiamata Ishtar) tenta di sedurre l’eroe che però la rifiuta perché sa che distrugge i suoi amanti. Qui abbiamo da una parte l’origine del racconto della donna demone, o strega, che usa la seduzione per distruggere e contaminare e pure il mito delle Mille e una Notte, dall’altro c’è il rovesciamento del valore di Inanna che da Dea centrale e positiva (ruba la conoscenza per donarla agli uomini e garantisce la continuazione della vita e la maturazione dei frutti sconfiggendo l’inverno) diventa una specie di demone distruttore che trasforma i suoi amanti in animali oppure li uccide.

Il disprezzo di Gilgamesh è totale:
“Tu saresti come un forno che non fa sciogliere il ghiaccio,
una porta sgangherata che non trattiene i venti e la pioggia;
un palazzo che schiaccia i propri guerrieri,
un elefante che strappa la sua bardatura,
pece che brucia l'uomo che la porta,
un otre che inzuppa l'uomo che lo porta,
calcare che fa crollare il muro di pietra,
un ariete che distrugge le postazioni nemiche,
una scarpa che morde il piede del suo portatore.
A quale dei tuoi amanti sei rimasta per sempre fedele?”
(Tavola 6, versetti da 1 a 114 - vedi qui pag 35)

Dopodiché, è il caso di notare, Gilgamesh parte e precedendo Ercole di parecchi secoli va a uccidere il Toro Celeste, simbolo della fertilità matriarcale che Ishtar offesa ha scatenato contro gli umani.
La stessa Dea passa da grande benefattrice dell’umanità a orribile megera.

Una parte dell’epopea di Inanna è particolarmente interessante perché mi pare scritta in epoca successiva alla prima sconfitta dei matriarcali, quando ancora la donna non è considerata inferiore e peccatrice e la cultura dei vinti è ancora forte e intatta.
I conquistatori hanno il potere ma sono odiati dai vinti che li considerano dei selvaggi, abili con le armi ma incivili e ignoranti. I vincitori si rendono conto della loro inferiorità culturale e adottano in parte i costumi dei pescatori agricoli.

In questo contesto si inserisce il dialogo tra Inanna e Dumuzi, il re pastore.
All’inizio del breve poema Inanna rifiuta il pastore, vuole sposare il contadino, dice Inanna:
“L'uomo del mio cuore maneggia la zappa.
L'agricoltore! Lui è l'uomo del mio cuore!
Raccoglie il grano in grandi mucchi.
Riempie puntualmente di grano i miei magazzini."
Interviene a questo punto Dumuzi:
“Dumuzi parlò:
"Perché parli dell'agricoltore?
Perché ne parli?
Se lui ti dà farina nera,
Io ti darò lana nera.
Se lui ti dà farina bianca,
Io ti darò farina bianca.
Se lui ti dà birra,
Io ti darò dolce latte.
Se lui ti dà il pane,
Io ti darò il formaggio con il miele.
All'agricoltore darò la panna che mi avanza.
All'agricoltore darò il latte che mi avanza.
Perché parli dell'agricoltore?
Ha forse lui più di quanto io non abbia?"

Alla fine Inanna accetta il pastore e la poesia diventa un cantico amoroso.
L’integrazione tra i due gruppi etnici è avviata.

E come la fotografia di un passaggio epocale, giunge a noi, 5500 anni dopo essere stata scritta. Una prova letteraria che rafforza l’ipotesi delle culture matriarcali dominanti nelle grandi pianure irrigue.

I millenni successivi sono la storia di altre invasioni, dopo i Sumeri conquistarono le terre solcate dal Tigri e dall’Eufrate, i Babilonesi, gli Assiri e gli Ittiti.

Ma ancora ai tempi di Erodoto erano vive alcune tradizioni matriarcali come quella secondo la quale una donna doveva accoppiarsi con uno straniero prima del matrimonio e a questo scopo si recava al tempio della Grande Madre/Ishtar/Inanna dove attendeva che un forestiero la scegliesse; questo costume era una forma atrofizzata dell’ospitalità sessuale praticata dai matriarcali allo scopo di arricchire il sangue del loro popolo.

Trovo estremamente affascinante cercare le tracce della scomparsa cultura matriarcale nella contaminazione di racconti e usanze.
Se vuoi leggere tutto il testo del poema di Inanna vai a Dialogo d’amore.
La discesa di Inanna negli inferi la trovi invece qui.