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Mi illumino in modo sostenibile

4 ore 25 min fa

Durante il Siae – la fiera che promuove le tecnologie per l’edilizia e l’ambiente che si è tenuta a Bologna dal 17 al 20 ottobre 2018 – è stato presentato allo stand della Colacem e Colabeton un calcestruzzo luminescente. Questo materiale dovrebbe essere utilizzato per costruire strade che di notte si illuminano. Ed è totalmente sostenibile. Inoltre si potranno realizzare strade con colorazioni diverse e questo renderà più agevole l’integrazione con l’ambiente circostante e la differenziazione delle diverse tipologie di strade.

Il principio è semplice: il calcestruzzo immagazzina la luce solare durante il giorno e poi la rilascia nelle ore notturne.

Della questione della sicurezza degli automobilisti, ciclisti e pedoni sulle strade e soprattutto del risparmio energetico si discute da molti anni. A Singapore in un tratto di strada lungo 400 metri è stato sperimentato un agglomerato di minerali atossici a base di stronzio alluminato che assorbe i raggi UV durante la giornata e che di notte crea un suggestivo effetto glitter sulla strada. La sperimentazione ha evidenziato qualche difetto: la luminescenza era incostante e a volte diventava troppo fioca.

L’olandese Studio Roosegaarde ha dipinto la carreggiata dell’autostrada M329, vicino a Oss, comune dei Paesi Bassi, con una pittura nel cui impasto c’era una polvere fotosensibile, e i risultati sono stati ottimi.

In Toscana a ottobre 2018 è stata assegnata la gara per riqualificare la strada detta “Chiassetto di Diecimo”, in provincia di Lucca. Ne parla il sindaco di Borgo a Mozzano, Patrizio Andreuccetti: “La nuova strada pedonale – dice – verrà realizzata con asfalto fotoluminescente e sarà la prima in Toscana di questo tipo. Il nuovo tratto collegherà le due estremità del paese permettendo agli abitanti di spostarsi in completa sicurezza … Sarà anche possibile percorrerla durante le ore notturne, grazie a un manto stradale che si caricherà di energia luminosa nelle ore diurne e si illuminerà dal crepuscolo fino ad esaurimento dell’energia accumulata”. L’intervento costerà 60mila euro.

Fra qualche anno organizzeremo giri notturni in bici su strade colorate e illuminate. Sarà bellissimo.

 

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Sappiamo leggere le etichette?

5 ore 1 min fa

Cosa significa quando leggiamo su un sito o su un prodotto sigle come UNI EN ISO 9001 22000 o altri numeri e lettere? Può esserci utile come consumatori? Può servirci saperlo quando acquistiamo un prodotto?

Lo abbiamo chiesto all’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare internazionale, fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare, che contiene anche informazioni sulle regolamentazioni dei prodotti alimentari.

“Si tratta di certificazioni di qualità. Le certificazioni attestano tramite un ente indipendente accreditato, a seguito di audit periodici che comprendono esami documentali e ispezioni, il rispetto di uno standard o di una norma (cogente o volontaria) da parte di un’organizzazione. Per quanto attiene ai sistemi di gestione di qualità, il percorso di certificazione è adottato dagli operatori su base volontaria”, spiega l’avvocato.

Certificazioni di processo

Poi in questo caso bisogna distinguere tra certificazione di processo e certificazione di prodotto. “Le certificazioni di processo attestano che l’intero insieme delle operazioni condotte nell’ambito di una organizzazione – dalla selezione dei fornitori e l’approvvigionamento delle materie prime, fino all’immissione in commercio e la gestione di eventuali non conformità successive – siano eseguite nel rispetto delle procedure definite, con regolarità e continuità” spiega Dongo. “La qualità viene perciò intesa come la capacità di seguire con criterio le procedure volte a garantire il rispetto della legislazione, dei requisiti di contratto e delle politiche aziendali”.

La ISO 9001 e 22000

La norma principale è la ISO 9001, legata all’Organizzazione Internazionale per la Normazione.  Spesso in etichetta è accompagnata alle sigle UNI EN, che sono i corrispondenti in Italia e in Europa dell’ente di normazione internazionale.

La ISO 9001 è una certificazione di qualità di ampio spettro, che vale per tutte le aziende, non solo quelle dell’agroalimentare e “certifica la capacità dell’azienda di seguire procedure razionali, documentate, improntate al rispetto delle norme e al miglioramento continuo. È sicuramente un ottimo biglietto da visita”, spiega Dario Dongo.

C’è poi uno standard dedicato alla sicurezza alimentare, che è la ISO 22000, che prende le sue basi dalla 9001 e sviluppa i temi specifici di buone prassi igieniche e di autocontrollo igienico-sanitario nella filiera agroalimentare.

Le troviamo in etichetta?

Le certificazioni di processo non dovrebbero in teoria venire indicate in etichetta, anche se ciò a volte accade e tutto sommato non è da biasimare, poiché si tratta di un’informazione che i consumatori possono apprezzare. Se ne trova comunque notizia sui siti web aziendali.

Dongo ribadisce che si tratta di una certificazione di processo, quindi si tratta di una garanzia sulla cultura organizzativa: “Queste certificazioni non esprimono il valore intrinseco del prodotto, ad esempio le prerogative nutrizionali e organolettiche, o la provenienza e qualità delle materie prime. Attestano invece il rispetto di apposite procedure in fase di produzione, tese a garantire il rispetto delle regole e degli impegni assunti (nei confronti dei clienti commerciali e dei consumatori), oltreché i più elevati standard di sicurezza alimentare”.

Alle certificazioni “di processo” si possono poi abbinare quelle “di prodotto”, mediante le quali si attesta che le qualità del prodotto rispondano a determinate caratteristiche, e anche qui può intervenire un ente certificatore. Sono per esempio le certificazioni che attestano l’assenza di residui di pesticidi, oppure l’adesione a un particolare disciplinare, anche a quelli di cui abbiamo parlato, ad esempio Dop, Doc, Igp .

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Armati di pistola rapinano l’Eurospin: immigrato interviene e sventa il colpo

Mar, 02/19/2019 - 17:49

Saliti rapidamente sullo scooter lasciato fuori dall’Eurospin di via Casilina a Roma i due rapinatori non avevano fatto i conti con il cittadino nigeriano che aiuta i clienti a portare i carrelli della spesa, chiedendo qualche moneta in cambio del suo aiuto.

Una volta visti i due malviventi salire sul mezzo a due ruote l’uomo non si è fatto scrupoli e ha ingaggiato una colluttazione con gli stessi. Disarcionati dallo scooter, i due hanno quindi colpito il cittadino africano per liberarsi e poi scappare a piedi, ma senza denaro.

Allertati i soccorritori il cittadino nigeriano è stato medicato sul posto dal personale sanitario del 118.

(Fanpage.it, 15-1-2018)

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Philip Morris: no alla cannabis legale, sì al cambiamento climatico

Mar, 02/19/2019 - 15:10

«IQOS è un prodotto che scalda il tabacco senza bruciarlo ed è importante perché il danno del tabacco non è nella nicotina, ma nel fumo che genera circa 8mila composti molto tossici che possono provocare bruttissime malattie e anche condurre alla morte», ha dichiarato ad Askanews l’amministratore delegato di Philip Morris Italia, Eugenio Sidoli.

Il colosso, proprietario anche di Marlboro, nel 2018 ha aumentato le vendite di IQOS fino al 14,4%, con picchi in Unione europea, Germania e Italia in testa. Un risultato promettente, specie se rapportato ai dati della vendita delle tradizionali sigarette a combustione, in calo invece del 2,8%. A influenzare la scelta dei consumatori gioca ancora l’idea che le IQOS siano davvero reduced-risk products, come sostengono Philip Morris e gli altri produttori.

L’idea che le IQOS e le sigarette elettroniche siano innocue è una narrazione che gli studi hanno smentito l’indomani della loro comparsa. L’ultimo è lo studio pubblicato sul giornale della European Respiratory Society ERJ Open Research. Analisi in laboratorio condotte su cellule umane delle vie aeree (epiteliali e muscolari lisce) esposte per 72 ore a concentrazioni di fumo di sigaretta, di vapore di sigaretta elettronica, e di aerosol emesso da IQOS, evidenziano che mentre gli effetti dannosi delle sigarette e dell’aerosol dell’IQOS compaiono già a basse concentrazioni (1,5 e 5%), quelli delle sigarette elettroniche si manifestano ugualmente, ma a concentrazioni più elevate (5-10%).

Gli obiettivi di André Calantzopoulos, Ceo di Philip Morris, vanno però al di là della medicina, e puntano dritto verso una società prospera, in salute. Come più volte dichiarato, l’dea del più grande produttore di tabacco al mondo è di spostare il proprio core business dalle bionde alle sigarette senza combustione e “a rischio ridotto”, che garantirebbero, oltre che il fatturato di Philip Morris, il «futuro a lungo termine della società e la sostenibilità dell’aumento di utili e dividendo».

E proprio sul futuro, in relazione al cambiamento climatico in atto, i portavoce di Philip Morris hanno esposto una teoria tutta loro.  Stando a una comunicazione riportata da CDP, associazione no profit che raccoglie le informazioni dalle imprese e monitora così l’impatto ambientale di ciascuna, Philip Morris ha dichiarato di ritenere che piogge e temperature sempre più intense potrebbero far risparmiare alla multinazionale 10 milioni di dollari.

Le piogge costanti, infatti, mantenendo costantemente umido il terreno, prolungherebbero il ciclo di vita delle piantagioni di tabacco, addirittura migliorandone potenzialmente la qualità. E così anche il clima torrido, altro spettro che sembra venirci incontro dal futuro, sarebbe un toccasana per il tabacco di Philip Morris, che vedrebbe dimezzato il lavoro di essiccazione delle foglie di tabacco, che comporta tempi, costi e quantitativi enormi di legna da ardere per riscaldare gli edifici adibiti all’essiccazione.

Una dichiarazione quantomeno coraggiosa quella di Philip Morris, perché stridente con l’operazione di brand washing con cui la multinazionale del tabacco da anni sta cercando di riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica, al punto da accaparrarsi una nota di merito in materia di salvaguardia ambientale proprio da parte dell’associazione CDP, e da rifiutare il mercato della cannabis legale, settore in fortissima espansione ormai ovunque. “Certe Ong che sempre ci attaccano, anche quando proponiamo prodotti che eliminano la nociva combustione, non mi pare facciano osservazioni critiche su un settore come quello della marijuana, che va a combustione” ha insinuato non senza ambiguità Calantzopoulos.

No alla cannabis, sì al cambiamento climatico, purché l’aumento delle temperature globali entro il 2040 non raggiunga l’1,5° come pronosticato da IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) nei sui reports. In quel caso ci perderebbe anche un colosso come Philip Morris.

Photo credits Today.it

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La tari non morde più

Mar, 02/19/2019 - 12:29

Il problema del randagismo è presente in tutta Italia, in Sicilia in modo particolare. Ogni anno l’amministrazione comunale spende circa 1.500 euro per ogni cane custodito nel canile convenzionato. Il costo della tari è di circa 300 euro a famiglia. Di qui l’intuizione del Comune guidato dal sindaco Sebastiano Scorpo. Per chi adotta un cane la tari non si paga più.

In questo modo il comune risparmia un sacco di soldi (circa 1.200 euro per ogni cane “sottratto” al canile), gli animali trovano un posto dove vivere e una famiglia che li accoglie, e si stimola un senso di solidarietà e comunità.

Periodicamente le famiglie che adottano un cane vengono visitate dai vigili urbani che verificano che il cane sia ancora a casa. L’azzeramento della Tari cessa al momento della morte dell’animale a quattro zampe. Il progetto va avanti da qualche anno ed è contenuta nel “Regolamento sulla detenzione di cani, gatti e lotta al randagismo”.

Abbiamo ritenuto di riconfermare questa iniziativa che ci ha portato a essere il primo comune a proporre un intervento di quesito genere, seguito poi da tanti altri comuni in tutta Italia– ha detto il sindaco Scorpo – Verrà quindi riconosciuto un bonus fino ad un massimo di 750 euro per i cittadini che decidessero di adottare un cane: questo, oltre a garantire le cure domestiche ai piccoli animali, permette ai cittadini in alcuni casi di azzerare la bolletta Tari, ed all’ente di dimezzare il costo delle rette per il ricovero in canile. Altra novità contenuta in questo ultimo regolamento, il contributo di 150 euro per i volontari che intendessero prendersi cura dei cosiddetti cani di quartiere”.

Fonte: COMUNIVIRTUOSI.ORG

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Le autostrade del mare possono ridurre lo smog e lo stress

Mar, 02/19/2019 - 10:33

“Si sta a litigare su TAV e non sento nessuno discutere del sistema trasporti italiano”

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L’assordante silenzio delle donne italiane sulla vicenda Wanda Nara

Mar, 02/19/2019 - 04:05

Uno scherzo de Le Iene a Insigne, con la complicità della moglie, per sottolineare la sua debordante gelosia; e l’incancrenirsi del turbolento rapporto tra Icardi e l’Inter a causa soprattutto della sua moglie-procuratrice Wanda Nara.

Nel primo caso non sono mancati, sia sui social sia sulla stampa cosiddetta tradizionale, voci che esprimessero critiche anche feroci nei confronti della visione della donna che ha il neocapitano del Napoli. Tutto nasce dalla moglie che racconta di aver dovuto chiudere i social per espresso desiderio di Insigne. Il Fatto quotidiano ha definito lo scherzo un’unità di misura del fallimento delle politiche di educazione di genere in Italia.

Per la vicenda Wanda Nara, invece, è molto più arduo imbattersi in voci anche femminili che si levino in sua difesa. Soprattutto sui social. Sulla stampa più o meno tradizionale, qualcuno lo ha fatto. Gianni Mura, ad esempio, su Repubblica. Ha scritto che “Wanda Nara manager turba i tifosi maschi”. In realtà, a nostro avviso, fa anche inviperire e di brutto le tifose. Ne hanno scritto il manifesto e il giornale on line.

Nel salottino di domenica sera di Sky, il povero Sandro Piccinini si è trovato isolato in difesa della moglie di Icardi. Additata dal resto degli ospiti – tutti ex calciatori – di aver violato la sacralità dello spogliatoio e di aver accusato di inefficienza i compagni di squadra del marito. Billy Costacurta – glorioso difensore centrale del Milan che fu e della Nazionale – si è spinto fino a dire che se sua moglie avesse pubblicamente parlato male dei suoi compagni di squadra, l’avrebbe cacciata di casa. E Piccinini, con tutta la nostra solidarietà, lo ha garbatamente tacciato di sessismo e maschilismo.

In questa vicenda di pallone, il tanto vituperato e volgare pallone, è assordante il silenzio dell’universo femminile. Verrebbe da dire: se non ora, quando? C’è una donna che fa la procuratrice di un calciatore che è anche suo marito. Accade ormai per tantissimi giocatori i cui interessi vengono curati dai propri familiari. Tutti vengono accettati. Lei no. Noi una nostra ideuzza ce la siamo fatta. E non è legata certo alle accuse di Wanda ai compagni del marito. Ha solo detto che a Icardi arrivano pochi palloni giocabili. O che Perisic – altro calciatore dell’Inter – aveva chiesto di andar via. Per questo ha violato la sacralità dello spogliatoio? Mah.

La verità, a nostro avviso, è che Wanda Nara è donna, è bella, anzi è bona, non sta nel calcio in punta di piedi, non chiede permesso, non si genuflette anzi sbatte la porta e alza la voce. Gestisce potere e soldi a modo suo e in nome e per conto del marito. Come fanno tutti i procuratori. Che però non hanno la sua avvenenza. Avvenenza che lei mostra sui social, in tv. E ovunque. Perché – e qui torniamo a Insigne – se ci scandalizziamo (giustamente) che un uomo nel 2019 impone o comunque chiede alla moglie di non avere profili social, allo stesso tempo ci infastidisce chi quei strumenti li usa come meglio crede?

Wanda Nara è fondamentalmente colpevole di aver osato violare le maschiliste regole del calcio. La prima delle quali è che le donne vanno bene solo per quello. Che di calcio non capiscono niente. E figuriamoci di affari, e persino col coltello dalla parte del manico. Senza arretrare. Sfrontata. Icardi è stato a lungo escluso dalla Nazionale argentina perché “reo” di aver soffiato la donna a un altro calciatore argentino: Maxi Lopez. Che la signora Wanda Nara possa liberamente divorziare da un uomo e poi sposarne un altro, è dettaglio del tutto irrilevante nel mondo del calcio. Uomo con cui ha messo su una famiglia allargata che fa invidia agli spot del Mulino Bianco.

Tutto questo, e molto altro, ci racconta la vicenda Wanda Nara. O meglio, le cronache misogine della vicenda Wanda Nara. Senza che l’universo femminile dica a.

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Auto elettriche e componenti: le imprese italiane non sono ancora pronte

Mar, 02/19/2019 - 02:55

I nostri produttori di componentistica sono infatti indietro rispetto ai competitor europei e mondiali: il 68,5% delle imprese di questo settore non ha progetti di sviluppo nelle nuove motorizzazioni.

Nel 2017 soltanto il 18,8% delle imprese italiane della fornitura automotive ha investito nei motori a propulsione alternativa. La percentuale è molto simile a quella del 2016 (18,4%). Nessun progresso insomma.

Eppure i segnali di un cambiamento sono lampanti. Vari Paesi stanno regolamentando la questione, imponendo in qualche modo il passaggio all’elettrico, così come le case produttrici una dopo l’altra hanno annunciato piani strategici che prevedono l’abbandono progressivo della produzione di modelli dotati di motori tradizionali a favore invece di altri a idrogeno, elettrici o ibridi.

La strada è praticamente definita: nel breve periodo saranno i motori a benzina a sostituire quelli diesel, poi si assisterà al passaggio verso ibrido ed elettrico, che via via invaderanno i mercati, complici anche le regolamentazioni e le scadenze fissate sul fronte della riduzione delle emissioni a livello europeo. Senza contare che il diesel è ormai un nemico anche nell’immaginario collettivo, che ha perso appeal anche a causa di scandali come quello che ha visto protagonista la Volkswagen, ormai pronta ad investire 44 mld in 5 anni sulla propulsione alternativa, guida autonoma inclusa.

Se, però, i numeri parlano di un’Europa in cui si acquistano già i nuovi modelli con crescente curiosità le aziende non sono pronte, almeno nel nostro Paese, al cambio di passo e cercano un sostegno. Nei primi 9 mesi del 2018 in Ue la vendita di auto a propulsione alternativa è cresciuta del 33,7%, in Italia del 26,5%. Anche soltanto questo dato parla chiarissimo.

Ma c’è una differenza, evidenziata anche dall’Osservatorio sulla componentistica auto 2018 dell’Università Ca’ Foscari di Venezia: alcuni hanno investito negli anni precedenti, altri si ritrovano a dover investire adesso e in maniera cospicua per formare il personale e per adattare la produzione alla domanda di elementi destinati ad auto che devono essere più leggere, più resistenti e più silenziose. Su questa differenza si giocherà la partita e si scoprirà chi riuscirà a tenere il passo.


Immagine di copertina: Armando Tondo

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Domani c’è la “superluna”

Lun, 02/18/2019 - 17:13

La “superluna” sarà visibile in cielo domani, 19 febbraio, a partire dall’orario in cui la Luna sorgerà in Italia: tra le 17.20 e le 18.00. La Luna apparirà più grande del solito perché il momento in cui si trova più vicina alla Terra nella sua orbita ellittica (perigeo) coincide con la luna piena: alle 10.07 del mattino raggiungerà il perigeo, mentre alle 16.53 il plenilunio. Il fenomeno può ripetersi più volte in un anno, ma quella di domani sarà l’opportunità migliore per osservarlo, tanto più che il cielo sarà sereno in quasi tutte le regioni.

L’orbita della Luna intorno al nostro pianeta è ellittica, quindi la distanza tra i due corpi celesti varia nel corso dell’anno (se fosse perfettamente circolare, la distanza sarebbe sempre uguale, un po’ come avviene per un qualsiasi punto su una circonferenza rispetto al centro). Avvicinandosi e allontanandosi da noi, il diametro apparente della Luna appare quindi di diverse dimensioni (quello reale è sempre uguale, di circa 3.476 chilometri). La distanza minima della Luna dalla Terra, il perigeo, è pari a circa 360mila chilometri, mentre la distanza massima, l’apogeo, e più o meno di 405mila chilometri. Per questo motivo all’apogeo il diametro apparente della Luna è inferiore rispetto al perigeo.

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Vuoi essere assunto? Fai una cosa eroica!

Lun, 02/18/2019 - 15:01

Gallipoli. Giovane nigeriano blocca un rapinatore e viene assunto come premio.

E’ notizia di oggi che Richard, un giovane nigeriano di 33 anni che chiedeva l’elemosina fuori da un supermercato di Gallipoli (Lecce) ha sventato una rapina. Ha lottato con un rapinatore e lo ha fatto arrestare. Il ladro era armato di pistola (poi rivelatasi un’arma giocattolo), con cui aveva minacciatogli impiegati e gli altri presenti per poi fuggire con i contanti della cassa prima che Richard riuscisse a bloccarlo.

Richard, come “premio”, ora sarà assunto con un regolare contratto come magazziniere dal supermercato. Il titolare del supermercato ha detto: “È giunto il momento di dargli un lavoro e dignità, dopo essere stato per mesi esposto al freddo così come al caldo torrido all’esterno del supermercato, aiutando i clienti e stando a stretto contatto con i nostri dipendenti.”

Cartigliano. Disoccupato trova portafoglio con 900 euro e lo restituisce: assunto come ricompensa.

Esattamente un mese fa, il 18 gennaio, Omar, un marocchino cinquantanovenne, trova un portafoglio con circa 900 euro più carte di credito e documenti e lo porta al Comune di Cartigliano (Vicenza) affinché venga riconsegnato al proprietario. Il portafoglio smarrito apparteneva a un dipendente di una conceria della zona e il titolare ha deciso di assumere Omar. Il titolare dell’impresa ha detto: “Una persona di tale onestà va premiata. Abbiamo verificato, è stato sfortunato ed era disoccupato per colpe non sue”.

Scorrendo la cronaca sono abbastanza frequenti i casi di persone “premiate” con un lavoro dopo che hanno compiuto un gesto di generosità, magari, come nel caso di Richard, rischiando anche la loro incolumità. Fa riflettere che in questi casi un lavoro, una occupazione, sia concessa loro come “premio”, a conferma del fatto che in Italia il lavoro più che un diritto sia diventato in molti casi un privilegio, soprattutto per i soggetti più svantaggiati. E che, come nel caso di Omar, se si è disoccupati bisogna poter dimostrare che lo si è “non per proprie colpe”.

Quindi, cari disoccupati, se volete un lavoro, in attesa dei Navigator, aprite gli occhi e cercate portafogli da restituire o ladri da bloccare.

Fonti:

  • Ansa
  • Agi
  • Corriere Veneto
  • Today.it
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Ri-capsula: da Altromercato la capsula riutilizzabile

Lun, 02/18/2019 - 13:00

Si presenta in un kit ready-to use in cui, oltre a capsula in acciaio e tappo in silicone alimentare, è presente anche un comodo utensile che ti consente di raccogliere il macinato nel giusto quantitativo e di livellarlo per chiudere in modo corretto la capsula.

Ri-capsula, prodotta in Austria da organizzazioni no-profit che supportano e danno lavoro a persone con disabilità, è pensata per diminuire l’impatto ambientale e aumentare quello sulle comunità. Il suo uso, inoltre, ti consentirà un significativo risparmio economico se confrontato con la spesa media delle capsule per macchine espresso casa che consumi normalmente.

CONTINUA SU ALTROMERCATO.IT

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Le spugne, magazzini di batteri

Lun, 02/18/2019 - 10:17

L’Istituto zooprofilattico delle Venezie ha calcolato in un miliardo per metro cubo il numero di batteri che può trovarsi in una spugna. E ha fornito alcuni consigli pratici per rendere più pulito l’ambiente in cui cuciniamo

In cucina l’igiene è fondamentale, e questo lo sappiamo più o meno tutti. Quello che molti non sanno, però, è che gli stessi oggetti che usiamo per pulire e igienizzare possono trasformarsi, a loro volta, in magazzini di batteri anche patogeni.

In un video pubblicato nei giorni scorsi, l’Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Venezie ha parlato di spugne e strofinacci, fornendo consigli su come utilizzarli al meglio e sui comportamenti da evitare se vogliamo tenerci alla larga da infezioni alimentari. Se i piatti e la cucina vengono lavati con spugne sporche, infatti, uno dei maggiori rischi è quello della contaminazione incrociata mani-cibo-ambiente, che finisce per colpire anche il cibo che mangiamo.

Quando si parla di batteri spesso è difficile rendersi conto dei rischi. Il microscopio in questi casi ci restituisce un quadro completo e piuttosto inquietante: nelle spugne da cucina, rileva l’istituto, possono trovarsi fino a un miliardo di batteri per centimetro cubo. Non avremmo mai pensato che potessero essere così popolate. E ai batteri piace la pacifica convivenza: in pochissimo spazio c’è spazio per diverse specie, dalle Moraxelle (che conferiscono il cattivo odore ai lavandini e alle spugne), agli enterobatteri fino a quelli più pericolosi come salmonella, listeria, klebsiella e stafilococco aureo. Gli strofinacci, seppure in numero inferiore, possono comunque ospitare un’ampia gamma di germi. I più rilevati dalle analisi dell’Istituto zooprofilattico sono i coliformi e gli stafilococchi.

Consigli pratici. Premesso che in cucina, come in qualsiasi altro ambiente non sterile, il contatto con i microrganismi è inevitabile, esistono diversi modi per abbattere la carica batterica di spugne e strofinacci.
Non lasciare le spugne bagnate sul fondo del lavandino. Dopo l’utilizzo bisogna sciacquarle bene e strizzarle il meglio possibile, poi riporli in un luogo asciutto;

  • Disinfettare le spugne periodicamente. Un buon metodo è quello di lasciarle in acqua bollente per cinque minuti circa;
  • Anche se le igienizziamo spesso, meglio sostituire le spugne con una buona frequenza;
  • Lo stesso vale per gli strofinacci: dopo un paio di giorni è meglio che facciano “un giro” in lavatrice;
  • Non utilizzare gli strofinacci per pulire o asciugare ripiani o fornelli;
  • Non utilizzarli al di fuori della cucina.

Fonte: REPUBBLICA.IT

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La Top 10 delle città italiane con più vie pedonali

Lun, 02/18/2019 - 07:41

Solo in questo modo infatti è possibile assaporare davvero le tradizioni locali, fare un tuffo nei modi di vivere dei loro abitanti e perdersi tra strade, vecchie botteghe, storia e cultura. Sono moltissimi in Italia i luoghi ideali per un tour a piedi, ecco perché le classifiche si sprecano e includono città e borghi tra i più disparati. Prendiamo spunto dall’elenco stilato dal motore di ricerca per case vacanze Holidu, messo a punto in base alla densità di vie pedonali individuata grazie all’utilizzo di Open Street Maps.

1 – Venezia – 34% 198,9 km

Canali, ponti, calli: Venezia è la città per antonomasia da visitare a piedi, prima anche nella classifica europea. D’altra parte utilizzare un’auto per gli spostamenti è impossibile. Anche per questo i turisti di tutto il mondo la adorano, al punto che il sovraffollamento è ormai diventato un problema. La sua atmosfera, tuttavia, non è stata scalfita dal tempo e dalla modernità, Venezia sembra immutata e immutabile e vanta oggi quasi 200 km a disposizione di chi ama camminare. Tappe di rito, San Marco e Dorsoduro, i sestieri più famosi. Ma esistono tantissimi luoghi nascosti per chi ama vedere l’anima nascosta della città, tra piazzette e antichi palazzi immersi nella laguna.

2 – Genova – 19% 137,5 km

Genova ospita il porto più grande d’Italia, un Acquario noto in tutto il mondo, ma anche  decine di chilometri di strade pedonali. Genova va vissuta a piedi, perdendosi tra i “carruggi” (gli stretti vicoli del porto antico) e i sapori di spezie, focaccia e pesce. Per i più romantici è consigliabile salire fino a Righi o alla Spianata Castelletto (volendo, ci si arriva utilizzando anche la funicolare e un ascensore), da cui ammirare il panorama della città dall’alto. Indispensabile poi una tappa alla Lanterna, il celebre faro di Genova, magari al tramonto. E per gli amanti del trekking esiste anche un itinerario lungo i sentieri collinari tra i vecchi forti, che svettano in alto a guardia della città.

3 – Firenze – 8,8% 35,2 km

Tra le città d’arte per eccellenza, Firenze conquista il terzo posto in questa classifica con i suoi 35 km di strade pedonali che la attraversano. Firenze è anche al sesto posto nella classifica europea. Nel tour perfetto a piedi, alcune tappe sono obbligatorie: la Cattedrale di Santa Maria del Fiore, gli Uffizi, il Ponte Vecchio. I più agili possono poi includere nel proprio itinerario anche i quasi 400 gradini del Campanile di Giotto.

4 – Trieste – 8,7% 15,7 km

La morfologia della città permette una bella escursione con panorama a picco sul mare. Una passeggiata a ridosso delle onde è l’ideale, vento permettendo! Ma Trieste offre sia le suggestive atmosfere del mare – molo Audace è una tappa fondamentale – sia quelle animate del centro città, fino alla bellissima Piazza Unità d’Italia e al Canal Grande. E chi volesse scoprire qualcosa di più sulle diverse influenze culturali della città può visitare la Sinagoga o il castello Miramare.

5 – Torino – 8,1% 46,4 km

Piazze, musei ed edifici squisitamente decorati in arte barocca possono essere inseriti facilmente in un itinerario a piedi.  Torino è una gioia per gli occhi e per il cuore, con più dell’8% di vie pedonali. Il tour perfetto a piedi può iniziare da Piazza San Carlo, snodarsi fino alla Mole Antonelliana, con una sosta al Museo del Cinema al suo interno. Poco distanti si trovano anche il Museo Egizio e Piazza Castello.

6 – Messina – 7,5% 25,7 km

Ecco in questa classifica un’altra città portuale. Messina offre sole e viste da cartolina, con in più un panorama unico sullo Stretto e sulla costa calabra. Edifici religiosi e fontane sono tappe obbligatorie tra un cannolo e una pasta al forno. Meravigliosi il Duomo e l’Orologio astronomico dell’annesso campanile. Muniti di crema solare e occhiali da sole, nel periodo estivo è d’obbligo anche una bella passeggiata fino a Capo Peloro, punta estrema della Sicilia nord orientale, vicino ai laghi Ganzirri.

 7 – Bolzano – 6,9% 4,5 km

Le vie pedonali qui non sono tantissime, siamo infatti già ai piani bassi della classifica. Ma Bolzano offre molti spunti per camminare a piedi, basti pensare al panorama delle Dolomiti, meta preferita degli amanti delle escursioni. Si può iniziare un tour a piedi da piazza Walther, per arrivare fino al Museo archeologico dell’Alto Adige e fare un saluto a Otzi, la mummia del Similaun,  arrivata direttamente dal neolitico. Il centro città non è grandissimo ma a misura di turista e punto di partenza ideale per le varie escursioni.

8 – Livorno – 6,8% 10,4 km

Anche in questo caso le vie percorribili a piedi non sono tantissime, ma le bellezze offerte dalla città Toscana sono invece molte. Ci si affaccia direttamente sul Mar Ligure, quindi una passeggiata sul mare sarà tappa obbligatoria per chiunque scelga di vivere la città a piedi. Terrazza Mascagni, il luogo più suggestivo di Livorno, si trova direttamente sul lungomare. Camminando poi verso nord si arriva al porto, dove si potrà ammirare la Fortezza vecchia e finire il tour a Piazza della Repubblica, la piazza-ponte più grande d’Europa.

9 – Milano – 6,5% 53,1 km

Milano offre oltre 53 km di strade pedonali, nonostante siano solo il 6,5% del totale. È anche al decimo posto nella classifica europea. Centro economico d’Italia, capitale della moda e dell’happy hour, Milano offre oggi anche parchi e zone pedonali in cui ritrovare tutta l’essenza di questa immensa e frequentatissima metropoli, molto apprezzata dai turisti di tutto il mondo. Tra le tappe di un itinerario a piedi non possono mancare il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele II e il Teatro della Scala. Meno turistiche forse ma altrettanto spettacolari le case in stile liberty e il Parco Sempione, dove si può camminare sul pedonalissimo Ponte delle Sirenette. Immancabile poi un aperitivo con passeggiata sui Navigli, altro cuore pulsante della Milano attuale.

10 – Napoli – 6,2% 40,3 km

Anche nel caso di Napoli, i km da percorrere a piedi sono molti, ma in proporzione alla grandezza della città rappresentano una percentuale minima. Tra pizza e casatielli, sono comunque oltre 40. Il tour perfetto inizia da Piazza del Plebiscito, prosegue verso il Palazzo reale e il famoso Teatro di San Carlo, fino ad arrivare alla maestosa Galleria Umberto I. Ma Napoli è meravigliosa anche nelle sue vie più nascoste e vanta la strada pedonale più lunga d’Italia, quella che parte dal piazzale della Certosa di San Martino, nel quartiere del Vomero, e tra scalinate e bellezze varie, arriva fino al Duomo.

Immagine di copertina: Armando Tondo

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L’imprenditore Robinson Crusoe produce danni alle piccole imprese

Lun, 02/18/2019 - 02:28

Ne ho viste tante e tutte hanno in comune una caratteristica. Le piccole imprese di successo degli ultimi 50 anni hanno avuto la guida di una persona capace: l’imprenditore.

Ma quelle stesse capacità, nel naturale processo di ricambio generazionale nella piccola impresa, hanno spesso portato quell’azienda al successivo default perché ogni aspetto di gestione era strettamente correlato alla eccessiva personalizzazione della figura dell’imprenditore. Che, soprattutto quando è anche fondatore, riveste sovente un ruolo come quello di Robinson Crusoe che sull’isola rimarrà per 28 lunghi anni, 12 dei quali passati in assoluta solitudine.

Ciò, oltre a diminuire oggettivamente il valore dell’impresa, genera molte conseguenze negative: complicazione del già difficile processo di successione generazionale (qui e qui), rallentamento dell’acquisizione da parte dell’azienda di collaboratori dall’elevata professionalità, difficoltà nel dotarsi di tecniche di gestione manageriali e tendenzialmente più oggettive. Come uscire da questa comprensibile, ma non giustificabile modalità di gestione aziendale?

Come ha più volte affermato il professor Fabio Petri, esperto di economia politica e statistica, ci sono due strade: una, più oggettiva, si concretizza con l’introduzione in azienda delle tecniche di controllo di gestione; l’altra con la crescita del peso professionale dei collaboratori aziendali. È evidente che a queste due modalità si approda solo dopo aver vinto le resistenze psicologiche e culturali dell’imprenditore e a tal fine risulta spesso utile la sua partecipazione a corsi di formazione specificamente pensati per questa realtà dimensionale di imprese e l’affiancamento di consulenti di direzione (che non sono i commercialisti).

Attraverso la progettazione e l’implementazione di un sistema di controllo di gestione si realizzano due obiettivi fondamentali per perseguire la spersonalizzazione dell’azienda: si attua il processo di delega decisionale e di conseguenza si enucleano ai diversi livelli aziendali gli obiettivi da raggiungere e le collegate responsabilità. Nulla di più utile per passare da un controllo di processo, tipico dell’accentratore, a uno di risultato.

In termini di gestione del personale si pongono le premesse per una valutazione oggettiva delle prestazioni dei collaboratori con le possibili ricadute sul sistema di incentivazione attraverso la parte variabile della retribuzione. Occorre, infatti, passare da una logica di premio stabilito dall’imprenditore soggettivamente ed ex post a una di incentivo predisposta o contrattata ex ante con il collaboratore.

Per perseguire invece la via dell’innalzamento del profilo professionale favorendo la crescita del peso specifico manageriale dei propri collaboratori, la scelta principale è quella tra mercato interno ed esterno del lavoro. A parità di altri fattori, conviene ricorrere alla prima opzione quando la situazione prospettica dell’azienda sembra destinata a non subire particolari cambiamenti nel futuro prossimo, mentre in attesa di significative evoluzioni strategico-organizzative conviene perseguire il medesimo obiettivo della spersonalizzazione inserendo in azienda persone nuove che, oltre alle proprie competenze, apportino anche visioni e modalità operative innovative.

Se per diversi motivi di opportunità si pensa più efficace fare riferimento alla prima opzione la strada da seguire è quella della valutazione del potenziale dei propri collaboratori e, per i più promettenti, quella successiva della formazione. In particolare, occorrerà progettare iniziative su misura per l’azienda tutte le volte che a tema ci sarà la creazione di un gruppo dirigente, più che l’acquisizione di specifiche tecniche manageriali (anche se non sono da sottovalutare i benefici che possono derivare alle persone operanti all’interno di una stessa impresa dall’interagire con altre mentalità e prassi aziendali).

Nel caso si decida di ricorrere al mercato esterno, la via per accedervi è quella della selezione. Un’unica avvertenza: se, come parrebbe utile consigliare, il servizio di selezione fosse acquistato da terzi e non realizzato direttamente dall’azienda interessata converrà richiedere alla società di ricerca del personale di condurre una sia pur sintetica analisi dell’azienda al fine di ricercare poi non soltanto le competenze necessarie, ma anche le caratteristiche personali più adatte a evitare rigetti successivi. Attorno all’ imprenditore non bastano più solo degli executive funzionali, ma occorre “un gruppo dirigente” la cui costituzione richiede tempo, energie e capacità. Altrimenti Robinson Crusoe non riuscirà ad arginare lo tsunami che si sta per abbattere sulla sua isola.

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Giornata del Gatto 2019: 5 motivi per cui fa bene averne uno in casa

Dom, 02/17/2019 - 13:00

Il 17 febbraio l’Italia festeggia la Giornata del Gatto, una ricorrenza nata nel 1990 in seguito alle risposte dei lettori a un sondaggio di una rivista specializzata che proponeva diverse date. La scelta finale ha tenuto conto di diversi motivi: tra questi, c’è l’associazione tra il segno zodiacale dell’Aquario, che contraddistinguerebbe gli spiriti liberi, proprio con il carattere indipendente dei gatti. Ma ragioni simboliche a parte, esistono anche studi scientifici che hanno dimostrato nel tempo come vivere insieme a un micio nell’ambiente domestico possa portare svariati benefici: vediamo quali.

Con i gatti si dorme meglio

Chi possiede un gatto, sa quanto sia comune vedere il proprio animale domestico acciambellato ai propri piedi quando si è a letto. I mici mostrano il proprio affetto anche così, dormendo molto e facendolo di fianco ai rispettivi padroni, una pratica che aiuta molto anche le persone. Secondo i ricercatori della Mayo Clinic Center for Sleep Medicine, il 41% degli intervistati ha smentito chi dice che gli animali possono disturbare il sonno, affermando invece che la loro presenza favorirebbe addirittura un riposo migliore.



Un gatto capisce le emozioni umane



L’indipendenza spesso mostrata dai gatti non va confusa con menefreghismo. L’empatia sarebbe infatti un’importante dote di questi animali, che secondo una ricerca pubblicata su Animal Cognition saprebbero riconoscere le espressioni facciali delle persone, interpretando in modo corretto le emozioni e adeguando di conseguenza il proprio atteggiamento. Un gatto non è quindi solo per chi cerca compagnia, ma anche per coloro che desiderano essere compresi.

I benefici di avere un gatto per il cuore

Un gatto non migliora però soltanto il benessere mentale, ma apporta vantaggi anche al fisico delle persone. In particolare, in uno studio apparso su Medical News Today i ricercatori affermavano che chi vive con un micio avrebbe un rischio minore di soffrire di attacchi cardiaci durante la propria vita. L’associazione tra i gatti e il benessere del cuore è stata sottolineata anche da Centro Cuore Malpensa e Fondazione Iseni, secondo cui la serenità portata dall’affetto degli amici a quattro zampe aiuterebbe a vivere più a lungo chi è colpito da patologie cardiache.

Accarezzare un gatto diminuisce lo stress



Come suggerito dallo studio precedente e ribadito anche dalla Fondazione Iseni, i gatti aiuterebbero le persone a sentirsi meno stressate. In particolare, il gesto di accarezzare questi animali sarebbe molto rilassante, poiché secondo il cardiologo Andrea Macchi entrare in contatto con il pelo di un micio favorisce la produzione di ossitocina, un ormone legato alla felicità. La conseguenza di questa azione, inoltre, sarebbe un battito cardiaco più rallentato e una pressione arteriosa minore.

I bambini diventano più curiosi grazie ai gatti

Secondo degli studi effettuati dal Waltham Centre for Pet Nutrition, anche i bambini beneficerebbero della presenza di un micio domestico, poiché l’animale è in grado di stimolare la curiosità dei più piccoli, favorendo oltretutto lo sviluppo di un legame estremamente stretto tra i due.

FONTE TG24 SKY

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Bolzano, “paratesta” sui pali per chi cammina guardando il cellulare

Dom, 02/17/2019 - 10:13

Sulle strade di Bolzano, in Trentino Alto Adige, sono comparsi dei “paratesta” fucsia intorno ai pali della luce o dei cartelli stradali per proteggere chi cammina guardando il cellulare. Si tratta di una campagna, chiamata #staysmart, voluta dalla Provincia di Bolzano allo scopo di lanciare un messaggio di sensibilizzazione per il corretto utilizzo del telefono.

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Non ci possiamo permettere la povertà

Dom, 02/17/2019 - 09:00

L’altra sera a Presa Diretta, il programma di Riccardo Iacona, si parlava di reddito di cittadinanza, o meglio: di reddito di base, addirittura di reddito universale.

Vi risparmio tutte le criticità evidenziate in studio sul modello proposto in Italia di quello che chiamiamo “reddito di cittadinanza”, vi risparmio i numeri e le statistiche Istat su quanti sono gli aventi diritto al contributo e chi no.

E nessuno metteva in dubbio che comunque si tratta di un primo passo importante per aiutare chi si trova in gravi difficoltà.

Ciò detto, il servizio di Iacona andava oltre. La domanda che si è posta è stata, in soldoni: non staremo “semplicemente” sbagliando il punto di vista? Mettere insieme povertà e lavoro non è un po’ come cercare di sommare “cazzi con equinozi”? (un encomio solenne a chi ci saprà dire da dove è tratta questa citazione…)

Per cercare di dare una risposta nel programma sono state intervistati due studiosi.

Il primo è Eldar Shafir, professore di psicologia alla Princeton University, autore con il professore di Economia ad Harvard, Sendhil Millainathan  di una innovativa teoria sulla Scarsità

“Abbiamo fatto alcuni studi che dimostrano che le persone povere” dice Shafir all’intervistatrice di Presa Diretta “Quando non pensano alla povertà hanno le stesse prestazioni dei ricchi ma quando iniziano a preoccuparsi dei problemi legati alla povertà le loro prestazioni peggiorano e hanno meno successo nei test dell’attenzione, dell’intelligenza perché le loro menti sono troppo occupate”.

Monsieur Lapalisse, penserete voi, e avete pure ragione ma a ben riflettere la questione è molto interessante anche perché sposta il punto di vista: si è meno brillanti perché si è poveri o si è poveri perché si è meno brillanti?

Shafir a prova di quanto dice racconta di un esperimento condotto in India in un villaggio dove si raccoglie la canna da zucchero. La raccolta dà al villaggio il 70% del reddito annuale ma questi soldi non bastano a sostenere gli abitanti per tutto l’anno.

Quindi subito dopo il raccolto le persone sono ricche, senza preoccupazioni per poi mano a mano che passa il tempo diventano sempre più povere.
A questi agricoltori sono stati fatti dei test cognitivi prima e dopo il raccolto e i dati sono sorprendenti. Lo stesso contadino aveva nei momenti di agiatezza un QI più alto di circa 10 punti rispetto al periodo in cui era povero. In pratica, afferma Shafir: “Quando hai la mente occupata dal problema dei soldi diventi molto meno capace di svolgere altri compiti”. La teoria della scarsità in pratica afferma che se una risorsa è scarsa, se c’è qualcosa che ti manca, quella cosa ti occuperà la mente a tal punto che trascurerai tutto il resto.

Lo studio di Shafir è la base del lavoro di Rutger Bregman, storico olandese autore del libro Utopia per realisti, una raccolta di soluzioni per combattere la povertà basata sull’analisi di molti esperimenti scientifici.

Questo mese Bregman è stato invitato a parlare al World Economic Forum ed è lì che la giornalista di Presa Diretta lo ha intervistato. La prima frase dello storico è un capolavoro: “La povertà non è assenza di carattere, la povertà è assenza di denaro e come si cura la mancanza di denaro? Con il denaro”. Eh già.

“Si elimina dando a tutti una piccola base monetaria che sia sufficiente per vivere” continua “sufficiente per pagare il cibo, avere un tetto e dei vestiti. E’ davvero la base da cui partire. Un’idea semplice e rivoluzionaria.”

“Non pensa che questo renda pigre le persone?” chiede la giornalista immaginando avvicinarsi il fantomatico divano.

“Questa è l’obiezione più comune che si fa al reddito di base. Siamo molto pessimisti nei confronti delle altre persone. E’ il motivo per cui dobbiamo analizzare le prove scientifiche”.

E Bregman racconta di un esperimento fatto in Canada negli anni 70 veramente illuminante: nel 1974 alcuni ricercatori decisero di organizzare a Dauphin un grande test sul reddito di base. Per quattro anni ogni cittadino povero riceveva il reddito di base e sì eliminò completamente la povertà. Era un reddito assolutamente incondizionato. A seguire l’esperimento si erano trasferiti a Dauphin sociologi, economisti e antropologi.

“Dopo 4 anni” continua Bregman “con il nuovo governo l’esperimento fu cancellato”.

Erano stati raccolti milioni di dati e per 25 anni nessuno ha avuto modo di elaborarli. Erano stati dimenticati n un archivio chiusi in 2000 scatole.

Fino a quando qualche anno fa una professoressa canadese, Evelyn Forget, recuperò il materiale e si mise a studiarlo scoprendo che era stato un successo sotto molti punti di vista.

Forget scoprì che:

  • Il totale delle ore lavorate per i maschi adulti era praticamente rimasto stabile
  • Era diminuito per i giovani ma semplicemente perché studiavano di più
  • I ricoveri ospedalieri erano calati dell’8,5%
  • Ci fu un leggero calo della criminalità

Le persone non smisero di lavorare, trovarono il modo di fare tante cose utili: volontariato, assistenza a bimbi e anziani, iniziative varie per la comunità.

Altri esperimenti in altre parti del mondo hanno dato gli stessi risultati: il risparmio era maggiore del costo del reddito di base. La povertà è enormemente costosa.

Criminalità, costi giudiziari e della polizia, sostegno ai bimbi che non vanno bene a scuola… non ci possiamo permettere la povertà.

E arriviamo, finalmente, al punto: il reddito di base è incondizionato per definizione afferma Bregman.

E qui lo storico olandese fa un esempio straordinario: “Avete presente il detto che dice: non regalare il pesce ma insegna a pescare? Magari a quell’uomo il pesce nemmeno piace, magari è vegetariano, magari non c’è pesce. E’ così arrogante pensare di sapere cosa è giusto per un uomo. Pensare di sapere che vuole del pesce. Non lo puoi sapere quindi quello che devi fare è dargli dei soldi. Se ha soldi può decidere da solo cosa farne. E questo significa davvero dargli un’opportunità. L’essere umano è creativo. Se gli diamo i giusti mezzi per fare qualcosa nella vita farà qualcosa di straordinario”.

E il tutto va ragionato a lungo termine, perché è quello che conta: il  lungo termine.

Questo è il principio fondamentale del reddito di base: credi nell’umanità o no?

Per vedere Presa Diretta

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Il prosecco biologico senza pesticidi

Dom, 02/17/2019 - 08:33

Dal 1985 la Perlage Winery di Soligo, Treviso, produce vino prosecco biologico. La loro filosofia è semplice (e rivoluzionaria): pre produrre del buon vino è necessario che terra, aria e acqua che nutrono le piante siano sani e salvaguardati.
L’uva invece, come abbiamo visto anche in questo video, è un settore che utilizza molti prodotti chimici.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

 

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Trump e lo stato di emergenza per costruire il muro

Sab, 02/16/2019 - 14:56

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per ottenere più fondi per costruire il muro al confine tra Usa e Messico. «Non ne avevo bisogno, ma preferisco farlo più in fretta”», ha tagliato corto Trump in conferenza stampa. 

Con questa decisione potrà spostare fondi destinati a opere militari e dirottarli sulla costruzione del muro, un budget per il quale da tempo è in lotta con il Congresso. La scelta di passare per lo stato di emergenza è però già stata molto criticata perché questa procedura viene usata eccezionalmente, in situazioni di attacchi, guerre o disastri naturali. La decisione di Trump crea un precedente importante, e ha già innescato una serie di ricorsi.

Come siamo arrivati fino a qui: quanto costa il muro e lo shutdown

In autunno il presidente Trump aveva chiesto al Congresso di inserire in bilancio 5,7 miliardi di dollari per proseguire con la costruzione del muro al confine con il Messico. Il Congresso gli aveva concesso una cifra più bassa, il linea con il budget dell’anno precedente che, secondo i democratici, non è nemmeno ancora stata speso del tutto. Trump si è quindi rifiutato di firmare il budget, provocando il blocco delle attività amministrative, lo shutdown, che è diventato il più lungo della storia degli Stati Uniti. Si sono fermati lavori e stipendi dei lavoratori statali, anche degli addetti alla sicurezza, che hanno lavorato gratis per settimane (ne abbiamo parlato qui).

Giovedì scorso, il 14 febbraio, si è usciti dall’impasse: il Congresso ha concesso a Trump 1,375 miliardi di dollari e il Presidente ha firmato la legge di bilancio. La cifra è destinata a costruire barriere e altri tipi di difese al confine, non esplicitamente per un muro e, anche se Trump ha cantato vittoria, è più bassa di quella chiesta.

Il ricorso allo stato d’emergenza

Trump ritiene la costruzione del muro con il Messico molto importante per la sua agenda di governo: era una delle principali promesse della sua campagna elettorale. Per poter disporre liberamente di più fondi una delle scelte possibili era quella, minacciata più volte ma mai attuata, di fare ricorso allo stato di emergenza. Una misura che è già stata usata dai suoi predecessori per affrontare momenti di crisi, ad esempio dopo l’11 settembre, per porre sanzioni, ad esempio contro Iran e Corea, o  in situazioni di emergenza come l’influenza suina.

È però la prima volta che un presidente usa la misura dello stato di emergenza per portare avanti un punto della sua agenda politico-elettorale e questo già di per sé ha scatenato diverse polemiche e preoccupazioni, anche per via del fatto che crea un precedente. La rivista The Atlantic ha fatto anche un excursus dei poteri di cui può disporre un Presidente in Stato di Emergenza, e non sono pochi.
L’ultimo tema è quello della effettiva emergenza al confine con il Messico. Diversi commentatori hanno fatto notare che l’afflusso di migranti è in calo negli ultimi anni e in ogni caso quello dell’immigrazione è un problema con cui gli stati hanno a che fare costantemente, e non rientrerebbe nella definizione di “emergenza”.  

Cosa succede ora? Si arriva fino alla Corte Suprema?

Teoricamente a questo punto Trump potrebbe arrivare a disporre di quasi 8 miliardi di dollari, che potrebbe spostare dal budget destinato ad altre costruzioni militari, dedicandoli alla costruzione del muro. Dal Pentagono dovranno decidere a quali costruzioni rinunciare per destinare quel denaro al muro con il Messico, altro motivo di malcontento verso la scelta di Trump.
Altre critiche sono arrivate da associazioni e rappresentanti politici dei cittadini che hanno terreni al confine, perché per costruire il muro sarà necessario fare diversi espropri.
Per finire, la procedura parlamentare non è così immediata: lo stato di emergenza ha bisogno comunque di un via libera di Camera e Senato. Dato che diversi senatori Repubblicani hanno criticato la decisione del presidente, è possibile che nemmeno il Senato, dove il partito di Trump è più forte, avalli la sua scelta. Se succedesse, Trump potrebbe comunque andare avanti, utilizzando il suo potere di veto. A questo punto democratici e corti federali potrebbero però far partire una serie di ricorsi, arrivando fino alla Corte Suprema.

Dopo il blocco delle attività amministrative si sta profilando un nuovo periodo di scontro politico per una scelta criticata anche da molti cittadini. Secondo gli ultimi sondaggi, infatti, la maggioranza degli americani sarebbe contraria alla dichiarazione d’emergenza per la costruzione del muro. 
La scelta di Trump di giocare il tutto e per tutto sulla costruzione del muro, solo del muro, senza mediazioni e senza prendere in considerazioni altre ipotesi di controllo alle frontiere, è ormai diventata oggetto di ogni tipo di satira (il popolare spettacolo comico Daily Show ha addirittura creato una mascotte “Bricky, the Border Wall”, “Mattoncino, il muro di confine”). Il problema politico però rimane e c’è il rischio che nei prossimi mesi gli organi politici degli Stati Uniti si debbano concentrare soprattutto a risolvere questa ennesima crisi interna, in un 2019 partito già in salita, con l’amministrazione bloccata dallo shutdown.

Immagine di copertina: Una famiglia saluta i parenti dall’altra parte del confine presso Tijuana – Credits: John Moore/Getty Images –

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Arte irregolare, non chiamatela terapia

Sab, 02/16/2019 - 12:00

Quattro artisti a rappresentare l’Italia a Tokyo. L’Italia dell’arte cosiddetta “irregolare”. Sono infatti quattro utenti del Centro di salute mentale di Bologna: MacKenzieAugustine NoulaFrancesco ValgimigliAndrea Giordani. Questi i loro nomi. Appartengono a un collettivo coordinato da Concetta Pietrobattista dell’Ausl di Bologna all’interno del progetto Arte Salute, diretto dalla dottoressa Angela Tomelli. Sono stati selezionati dalla cooperativa giapponese Npo Tokyo Soteria per conto della Nippon Charity Kyokai, fondazione pubblica che fin dal 1966 si occupa dell’argomento disabilità e cultura e che vede in ParaArt, una mostra alla quarta edizione, un evento di punta dell’arte irregolare. Un totale di 700 opere provenienti da 16 diverse nazioni, fra pittura e calligrafia. ParaArt sarà ospitata anche nell’ambito dei giochi Paralimpici di Tokyo del 2020, come uno degli eventi “off” principali.

Il progetto Arte Irregolare di Bologna è nato dalla collaborazione tra il Nuovo Comitato il Nobel per i Disabili Onlus, voluto da Dario Fo e Franca Rame e coordinato da Jacopo Fo, e il Dipartimento Salute Mentale‐Dipendenze Patologiche di Bologna. Successivamente il gruppo di artisti si è reso autonomo per partecipare, ideare e progettare mostre ed eventi aperti al territorio con lo scopo di vendere le proprie opere, sensibilizzare la cittadinanza ai temi della differenza e connettersi con altri soggetti che si occupano di Arte Irregolare. Il collettivo è formato da una trentina di artisti che si incontrano mensilmente per confrontarsi sul proprio percorso artistico e programmare e realizzare le iniziative da promuovere.

Solo tre gli artisti che abbiano svolto studi accademici. Il resto sono tutti autodidatti, come nella migliore tradizione della anglosassoneOutsider Art. Concetto diverso rispetto a quello dell’Art Brutteorizzata da Jean Dubuffet (in mostra una sua personale alla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia, fino al 3 marzo) che, nella sua intuizione di artista e ricercatore, visitò i manicomi e le case di persone con disturbi mentali trovando, nascoste nella cartelle mediche e nei luoghi abitati dai “matti”, opere che raccoglievano il loro tratto caotico e monodimensionale. Un linguaggio puntillinista, composto di alfabeti misteriosi, notazioni pseudo-musicali, grafici e formule matematico/fantascientifiche.Forme vorticose, ipnotiche. Opere accese da colori violenti, rappresentazioni spesso di un dolore profondissimo o di una realtà dominata dal panico o dalla protesta causata della propria condizione di recluso e di persona inascoltata.

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