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Aggiornato: 2 ore 56 min fa

Il terremoto del 1857

Lun, 03/18/2019 - 19:49

Una delle date più drammatiche nella Storia dell’Alta Val d’Agri è indubbiamente quella del 16 dicembre 1857, il giorno cioè del “grande terremoto”.

Quel giorno, intorno alle dieci di sera, due violentissime scosse devastarono la Basilicata e in particolare i paesi della valle.

Il sisma ebbe epicentro a Montemurro (che fu di fatto rasa al suolo), una intensità epicentrale pari al grado XI della scala Mercalli e una magnitudo pari a 7,03, che ne fece il terremoto più distruttivo osservato in Italia fino ad allora, il terzo in Europa, e il primo al mondo fra quelli documentati fotograficamente.

Complessivamente le case crollate furono più di 3.300, e circa 2.800 quelle rese pericolanti e inabitabili. La maggior parte delle testimonianze monumentali del passato fu letteralmente cancellata dalla Storia. Quanto alle vittime, ne furono contate circa diecimila solo limitatamente ai comuni della valle.

Il terremoto visto “da fuori”

I resoconti delle scosse fecero subito capolino sui più importanti quotidiani e periodici europei, in particolare londinesi e parigini. Nei giorni successivi, il Times ne fornì testimonianze via via sempre più dettagliate, mentre L’Illustrated London News pubblicò le prime immagini delle devastazioni nelle aree della valle, scattate dal fotografo dei Borbone Alphonse Bernoud per quello che fu a tutti gli effetti il primo reportage fotografico di un terremoto al mondo.

L’eredità scientifica

A Bernoud si deve la maggior parte delle fotografie del sisma, mentre l’ingegnere irlandese che lo studiò sul terreno, Robert Mallet, commissionò un’altra campagna fotografica a Claude Grillet, nel 1858, per una spedizione scientifica da parte della Royal Society of London e la realizzazione di quello che è considerato lo studio che permise la nascita della moderna sismologia.

Della catastrofe si occupò anche il celebre romanziere inglese Charles Dickens: nella rivista “Household Words”, da lui diretta, egli pubblicò l’articolo Earthquake experiences riguardante il terremoto in Val d’Agri. Il suo contributo nella diffusione delle notizie relative all’evento si rivelò cruciale per la conoscenza dei bisogni del Meridione, consentendo inoltre lo sviluppo di iniziative di aiuto e supporto ai terremotati.

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I moti carbonari e il Risorgimento lucano

Lun, 03/18/2019 - 19:46

L’area di Cuore Basilicata è stata anche protagonista in un momento cruciale della Storia nazionale, quello legato alle sommosse risorgimentali promosse in nome dell’unità d’Italia.

La “Vendita carbonara” di Calvello

In questa remota provincia del Regno di Napoli, infatti, il movimento rivoluzionario assunse un carattere particolarmente spontaneo e diffuso: già nel 1816 a Calvello era attiva un’importante sezione carbonara animata da studenti e professionisti che frequentando l’Università di Napoli erano entrati in contatto con le idee e le utopie della Rivoluzione Napoletana del 1799.

Tra i protagonisti più attivi nei moti del biennio 1820-22 figurava il medico calvellese Carlo Mazziotta, che insieme ai fratelli Giuseppe e Francesco Venita di Ferrandina partecipò nel giugno del 1820 a una cospirazione antiborbonica che prevedeva l’invio a Napoli di milizie lucane a sostegno dei carbonari campani in procinto di rivoltarsi al re. I congiurati vennero tuttavia scoperti e arrestati da un reparto di 1000 soldati austriaci, e condannati a morte per fucilazione.
Questa disfatta preparò in qualche modo la strada su cui si sarebbero realizzate le rivolte successive.

Il Risorgimento montemurrese

Capoluogo del Risorgimento lucano fu però Montemurro: in prima linea durante i moti del 1820 e del 1848, ebbe in Nicola e Giacinto Albini (definito da Francesco Crispi il “Mazzini lucano”) due importantissimi promotori. Sotto la guida loro, del progressista Nicola Mignogna e del colonnello cavouriano Camillo Boldoni, si consumarono le vicende dell’agosto 1860, allorché le vittoriose campagne garibaldine in Sicilia avevano risvegliato gli animi popolari e fomentato le lotte per la riappropriazione della terra: nella vicina Matera gli scontri assunsero un carattere talmente veemente, con l’assassinio del conte Gattini e dei suoi collaboratori da parte del popolo insorto, da indurre Albini e i suoi consorti ad affrettare le operazioni, la cui base nel frattempo era stata spostata a Corleto Perticara in seguito al terremoto del 1857 che aveva devastato Montemurro.

Da Corleto, 6000 uomini partirono alla volta di Potenza, capoluogo della provincia, dove sopraffecero agevolmente la resistenza di 400 gendarmi. Lì il 18 agosto 1860 si insediò il Governo Prodittatoriale di Albini e Mignogna e a capo della città fu messo il sindaco Antonio Sarli. L’8 settembre, mentre Garibaldi ancora risaliva dalla Sicilia, lo stesso Albini fu nominato Governatore della Basilicata, prima regione meridionale continentale annessa al Regno di Sardegna, potendo così proclamare la caduta dei Borboni e l’unità d’Italia.

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La Madonna nera di Viggiano

Lun, 03/18/2019 - 19:44

A settembre, le genti lucane tutte si riuniscono nella cittadina di Viggiano per festeggiare la loro protettrice: la Madonna Nera, regina della Lucania e cuore pulsante della devozione religiosa di questa regione e di quelle circostanti.

La Madonna Nera tra Storia e leggenda

La storia della Madonna di Viggiano è molto antica, e inizia con una città distrutta: la statua fu infatti venerata nella città di Grumentum, fino alla sua distruzione avvenuta intorno al 1050 d.C. per mano dei Saraceni, che indusse il Clero in fuga a nasconderla sulla cima del vicino Monte di Viggiano.

La leggenda narra di alcuni pastori che qualche secolo dopo, attirati da strani bagliori, segnalarono per primi il luogo in cui era stata nascosta. Miracolosamente intatta, la statua fu condotto a Viggiano e collocato nella cappella di Santa Maria fuori le mura, che divenne la sede urbana del Santuario costruito sulla cima del Monte, sul luogo del ritrovamento.

Si stabilì la tradizione di celebrare due volte l’anno la Madonna di Viggiano: la prima domenica di maggio, quando dal Santuario la statua viene trasferita sulla vetta, e la prima domenica di settembre, quando dal Monte ritorna in paese.

Una seconda leggenda vuole che sia stata la statua stessa a scegliere il luogo della sua permanenza: quando gli abitanti della vicina Marsicovetere portarono via il simulacro per dargli una sede nel loro paese, la Vergine da sola tornò nella cappella sul Monte di Viggiano.

La celebrazioni

La devozione dei fedeli nel corso degli anni è rimasta intatta: stendardi portati dai pellegrini accompagnati da zampogne e organetti, il girare per tre volte intorno alla cappella del Monte prima di entrarvi, il toccare l’urna della Madonna con rami o fiori, il contendersi l’onore di portare a spalla la statua, restano segni di una fede semplice e sincera.

Circa 50 mila pellegrini ogni anno giungono nelle strade del paese della Val d’Agri durante la prima domenica di settembre per salutare l’arrivo della Madonna Nera (mentre i festeggiamenti “profani” si concludono il giorno successivo con il concerto di importanti artisti, di respiro spesso internazionale.

Il simulacro

La statua lignea è fondamentalmente di stile bizantino, mentre la copertura in oro zecchino risale agli anni della dominazione spagnola (è molto simile difatti alla Madonna di Montserrat). La tipica coloritura bruna fu invece scelta dalle genti locali, che con questo colore volevano identificarla come la madre dell’intera Umanità d’Oriente e Occidente.

Curiosità

A Melbourne, nella chiesa di Saint Anthony’s Shrine, si trova una fedele riproduzione della statua della Madonna di Viggiano, giunta in Australia nel novembre del 1964 e voluta fortemente dai coloni viggianesi e lucani del Viggiano Social Club (ora Federazione Lucana).

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Angelo Clareno, l’eretico taumaturgo

Lun, 03/18/2019 - 19:41

Venendo giù dal centro di Marsicovetere, addossati al margine inferiore della collina che sovrasta la frazione di Villa d’Agri, si incontrano gli antichi ruderi del monastero eremitico di Santa Maria dell’Aspro.

La memoria, scritta e tramandata, racconta della centralità assunta da questo luogo nella vita del paese e dell’intera Basilicata, importanza perlopiù associata alla figura di Angelo Clareno, eretico francescano che trovò rifugio tra le mura del convento nei primi decenni del XIV secolo.

Il frate ribelle

Originario delle Marche, dove ottenne il diaconato nell’Ordine attorno al 1270, Angelo (al secolo Pietro) si legò presto alla frangia più rigorista del Francescanesimo Spirituale di Ancona, scelta che preluse alla costituzione del gruppo dei “fratelli della povera vita” (o “fraticelli”), che contestavano l’autorità papale auspicando il distacco dall’Ordine, il ritorno alla purezza delle origini e l’estensione della Regola francescana a tutti i cristiani e non solo a chi abbracciasse il voto.

Ciò indusse il frate a far fronte a una lunga esperienza di persecuzioni, prigionie e peregrinazioni per l’Europa, minacciato dapprima dai movimenti antipauperisti interni all’Ordine e, in seguito all’abdicazione di papa Celestino V (che gli aveva fin lì garantito una sorta di indulgenza) e l’ascesa al trono papale di Giovanni XXII, anche dalla Curia che ne decretò lo status di eretico e di fuggiasco.

Frate Clareno a Marsicovetere

Fu in capo a queste peregrinazioni che nel 1334 il monaco giunse in Val d’Agri, in una terra povera e incolta dove poté predicare la povertà degli ecclesiastici e il rinnovamento della vita in attesa dell’Apocalisse, e assurgere alla fama di taumaturgo attraendo al convento folle crescenti di fedeli da tutti i luoghi limitrofi, e garantendosi una certa immunità e protezione da parte del popolo e dei maggiorenti della valle.

La permanenza di Angelo nel monastero si interruppe solo alla sua morte, avvenuta il 15 giugno 1337. La sua tomba fu a lungo meta di pellegrinaggi, benché a partire dal XVII secolo, in seguito alla dispersione degli eremiti di Santa Maria dell’Aspro, non se ne trovò più traccia: di lui rimasero il sigillo personale con l’effigie di San Michele, alcune epistole, e l’appassionata testimonianza dei suoi discepoli.

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La valle della musica

Lun, 03/18/2019 - 19:39

Ho l’arpa al collo son viggianese;
Tutta la terra è il mio paese.
Come la rondine che lascia il nido,
Passa cantando di lido in lido:
E finché in seno mi batte il cor
Dirò canzoni d’armi e d’amor […]

(P. P. Parzanese, I Canti del Viggianese, 1838)

Da che si abbia memoria, per chi la conoscesse, la Val d’Agri è stata sinonimo di musica. E parlando di musica, è difficile non pensare alla tradizione arpistica “errante” viggianese, benché, in generale, quella del musicista di strada fosse una figura diffusa in molti centri della valle, storicamente ascrivibile all’influenza e all’antica compenetrazione nel terrirorio dei monaci basiliani.

Viggiano, la città dell’arpa

Fra Sette e Ottocento si sviluppò a Viggiano un tale fervore culturale e musicale, in termini di presenza di arpisti, flautisti (come Leonardo De Lorenzo), violinisti, costruttori di strumenti e liutai (presenti ancora oggi), da non trovare eguali tra le piccole comunità del Sud Italia.

In un quadro simile emergeva la figura del musicante girovago, suonatore dell’arpicella (un tipo di arpa portativa da 12 o 14 corde molto piccola e facilmente trasportabile nei lunghi spostamenti). Era una sorta di portatore di saggezza popolare che dalla Basilicata emigrava verso la Francia o l’Inghilterra.

E non a caso, facendo un giro per il centro storico è possibile ritrovare, sui portali di antiche abitazioni, chiavi di volta con arpe e strumenti musicali che simboleggiano la ricostruzione delle case avvenuta grazie alle risorse guadagnate e “riportate a casa” dai diversi musicisti girovaghi.

Rémi e l’arpa viggianese

Non stupisce allora il richiamo letterario ai musicanti da parte (fra gli altri) dell’autore francese Hector Malot nel romanzo “Sans famille” (in seguito trasposto in un famoso anime giapponese): il protagonista, Rémi, è uno sfortunato bambino della provincia francese che viene venduto dal padre a un suonatore ambulante, un migrante viggianese che gli insegna a suonare l’arpa inducendolo a esibirsi per strada.

Billie Joe Armstrong e i Green Day: un po’ di rock in Basilicata

È interessante notare come proprio a Viggiano abbia di recente ritrovato le sue origini il cantautore Billie Joe Armstrong, leader dei californiani Green Day: i suoi trisnonni, originari del borgo lucano, emigrarono negli Stati Uniti nell’Ottocento, periodo di massima intensità del fenomeno migratorio dall’Italia verso il nuovo continente. Ciò ha fatto sì che si avviasse un sorprendente e continuativo scambio tra l’artista e la popolazione e le istituzioni viggianesi, culminato con la visita al paese.

Georges Brassens a Marsico Nuovo

Analogamente Georges Brassens, poeta, attore e cantautore francese (1921-1981), spesso indicato come il maestro e l’ispiratore di Fabrizio De André, era originario di un altro importante centro della valle, Marsico Nuovo. A lui sono lì dedicati un vicolo e un piazza, oltre che strutture di accoglienza incluse in quello che l’Amministrazione Comunale ha battezzato “Borgo della Musica”.

In suo onore si indice peraltro un concorso per giovani cantautori, il premio Brassens.

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I monaci Basiliani e l’incontro con l’Oriente

Lun, 03/18/2019 - 19:36

Forse nessuna influenza, nessuna dominazione straniera, nessun movimento culturale ha tanto segnato il modo di vivere, gli usi e i costumi dei popoli della Val d’Agri quanto la compenetrazione in questi luoghi dei monaci bizantini, abitualmente chiamati monaci basiliani (benché di fatto San Basilio non abbia mai fondato un proprio ordine religioso).

I monaci arrivarono in Basilicata al seguito di Belisario, il condottiero che l’imperatore Giustiniano aveva investito nel VI sec. d.C. del compito di riportare in auge la fede cristiana contro l’arianesimo dei barbari invasori.

È però dopo la calata dei Longobardi, dopo l’abbandono dei primi rifugi, dopo che si videro costretti a ritornare in quei luoghi per difendere loro stessi e ogni immagine sacra dalla furia iconoclasta degli invasori, che si avviò il fenomeno chiamato seconda ellenizzazione e che più influenzò la fusione di culture operata dai monaci in tutto il Sud Italia.

Il contributo dei basiliani

I basiliani fondarono una serie di comunità monastiche finalizzate alla preghiera e al lavoro, edificando dei centri di culto che irradiavano la propria influenza su tutte le zone circostanti.
Essi si integrarono perfettamente nel tessuto sociale delle genti che gli avevano dato albergo e cui essi offrirono il conforto dell’anima e la cura dei corpi, nonché l’insegnanento delle arti agricole (un esempio fra i molti, la tecnica del terrazzamento), e di quelle classiche più in generale: basti menzionare gli affreschi rupestri, tuttora ammirabili, che imbellivano le grotte in cui dimoravano, o gli strumenti musicali che avevano introdotto alle genti locali, tra cui il sambukè, una sorta di cetra che essi suonavano e si fabbricavano da soli, fatta di sambuco e interiora di animali, la cui naturale evoluzione sarebbe stata la famosa arpicella viggianese.

I basiliani e la Madonna Nera

L’affetto filiale per la Vergine è un’altra delle peculiarità che caratterizzarono i loro insegnamenti: essi stuzzicarono in qualche modo la religiosità popolare dei fedeli al punto di indurli a rischiare la vita per nascondere le sacre icone, come quella della Madonna Nera di Viggiano, interrandole o riponendole in grotte per proteggerle da distruzione certa da parte dei Longobardi o dei Saraceni.

I ritrovamenti di molte di queste reliquie sono accompagnati da storie miracolose: si narra che bagliori di luce ultraterrena indicassero l’ubicazione esatta del nascondiglio della sacra immagine della Madonna Nera ai pastori che la ritrovarono, e ciò contribuisce ancora oggi a conferire una tinta un po’ mitica (oltre che mistica) al ricordo dei basiliani.

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Maria Rosa Marinelli, la Brigantessa

Lun, 03/18/2019 - 19:31

Com’è noto, il fenomeno del brigantaggio giocò un ruolo cruciale nella vita della Val d’Agri e della Basilicata postunitarie. Ci si sofferma di rado però sul ruolo rivestito dalla figura femminile nelle bande di briganti locali.

Le brigantesse

Occorre dire che in generale, se da un lato esisteva la donna del brigante, moglie o fidanzata di uno dei briganti gregari, che viveva nei paesi svolgendo la funzione di sentinella o fiancheggiatrice, dall’altro c’erano le brigantesse che vivevano col gruppo in clandestinità, partecipando attivamente alle azioni e godendo di maggior rispetto, soprattutto se erano le donne dei capibanda, come nel caso di Maria Rosa Marinelli.

Le donne costrette con la violenza a seguire i briganti vivevano una sorta di prigionia: per la vergogna di essere state violate, esse non facevano ritorno alle proprie famiglie, continuando a vivere sotto la sorveglianza dei briganti stessi.

Chi era Maria Rosa Marinelli

Diversamente da quanto a lungo tramandato, invece, Maria Rosa Marinelli non fu espressamente vittima del brigantaggio. Tutt’altro. Lo testimoniano gli studi di Serena Carrano esposti nell’opera “Maria Rosa Marinelli, fiore di bellezza tra i briganti”.

Maria Rosa era una giovanissima contadina originaria di Marsicovetere, che al tempo della sua “militanza” (tra il 1862 e il 1864) non aveva compiuto vent’anni.

Le testimonianze non parlano di lei come di una donna crudele, né tantomeno di una prostituta: era promessa sposa di Angelo Antonio Masini ancor prima che questi si desse alla macchia per sfuggire al servizio di leva. Tuttavia, in assenza del capobanda, Maria Rosa prendeva spesso le redini come luogotenente e capeggiava gli altri uomini del gruppo.

La vicenda giudiziaria

Alla morte di Masini in uno scontro armato a Padula, Maria Rosa si consegnò alla polizia. La pena prevista per il tipo di reato era di venti anni, ma il sottotenente Polistina, suo difensore, riuscì a ribaltare le accuse presentandola come vittima innocente, che agiva in regime di costrizione.

Scagionata dal tribunale militare, non ottenne tuttavia lo stesso dalla giustizia civile: il giudice di Viggiano la incriminò e il tribunale sancì la sua colpevolezza condannandola a quattro anni di reclusione per “associazione di malfattori, estorsione, sequestro di persona e lesioni”.

Scontata la pena poté tornare a vivere a Marsicovetere e sposarsi, confortata dall’affetto dei compaesani.

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Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere

Lun, 03/18/2019 - 19:26

A Montemurro, in quella che egli definirà “la dolce provincia dell’Agri, nacque il 9 marzo 1908 Leonardo Sinisgalli, “il poeta delle due muse”, l’ingegnere amante dei versi che sempre tentò di superare la dicotomia scienza-belle lettere.

La vita di Sinisgalli

Movimentata e a tratti avventurosa fu la sua vita: fu un brillante studente, tanto che persino Enrico Fermi volle chiamarlo a far parte della sua squadra di via Panisperna. La vocazione di Leonardo erano però i versi, anche se le scienze non smisero mai di occupare un ruolo di primo piano nella sua vita. Fu un genio eclettico e poliedrico: pubblicista, narratore, illustratore.

Visse gli anni del fascismo e quelli di crisi del dopoguerra; l’estro creativo che lo contraddistinse venne stimolato dalle molteplici esperienze di vita. Memorabile lo slogan di sua invenzione, “camminate Pirelli”, in cui giocava a rendere transitivo un verbo che non lo è.

La poetica di Sinisgalli

L’essenza della poesia sinisgalliana è sostanzialmente riconducibile al verso: “vidi le muse su una quercia secolare che gracchiavano”. Il poeta si meraviglia dell’incontro con questi esseri ancestrali, lo scenario è assimilabile a quello dell’antica Grecia, per definire la quale si sovrappongono i ricordi dell’agreste paese natio (ricordi che sono un motivo ricorrente di tutta la sua produzione poetica).

Le sue liriche giungono a noi collezionate nelle raccolte “Vidi le muse”, “Mosche in bottiglia”, “I nuovi Campi Elisi”, “Dimenticatoio”.

Sinisgalli, Montemurro e la razionalità cosmica

Il rapporto del genio lucano con Montemurro non fu sempre cristallino. Egli ufficialmente non l’amava, ma la sua ombra e il suo ricordo aleggiavano nei suoi versi, in un retaggio da cui non volle mai liberarsi. La Musa era sua compagna fedele, ma pian piano diveniva decrepita, ed egli stesso si definiva reumatico, soggetto al tempo. Ma baluginava in lui un pensiero sull’essenza dello zero che lo teneva desto, un ultimo disperato tentativo di compenetrazione tra la cultura scientifica e quella umanistica.

Le scienze sono per il poeta un porto sicuro al quale attraccare, gli forniscono, specie la matematica (che egli definì “modello impenetrabile alla malinconia), il senso della razionalità cosmica. È quasi come se l’indagine scientifica stemperasse l’inquietudine del reale e l’incanto del quotidiano ne arginasse lo truggimento. Tali convinzioni non lo abbandonarono neanche negli ultimi anni, quando, pur sopravvenuto il disincanto, egli continuò a cercare e ricercare l’essenza dello zero.

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I falò di San Giuseppe

Lun, 03/18/2019 - 19:18

C’è un particolare momento nella vita di tanti ragazzi lucani in cui, accantonate le ansie infantili del Natale, dei compleanni e dei doni da ricevere, il giorno più atteso dell’anno diventa all’improvviso quello di San Giuseppe – il giorno (o la notte) dei falò, forse l’appuntamento rituale più antico fra quelli che accomunano le popolazioni dell’Appennino a queste latitudini.

La sera del 18 marzo, e fino al sorgere del sole, gli abitanti di ciascun rione (o quartiere) di ogni comune si riuniscono in un punto stabilito del quartiere e qui danno vita a un grande falò attorno a cui far festa tutti insieme tra cibo, musica, danze, e il cielo stellato.

Le origini della festa

La corrispondenza tra questa ricorrenza e la data riservata dalla liturgia cristiana al Santo sposo di Maria non tragga però in inganno: la festa ha in realtà origini molto più remote, e affonda le radici nei riti arcaici di fertilità della Terra celebrati da pastori e contadini in prossimità dell’equinozio di primavera: essi accendevano grandi falò propiziatori per aggraziarsi le forze della natura in vista della primavera, stagione dei raccolti e simbolo di rinascita. E il fuoco stesso era visto come simbolo di nuova vita, nata dalle ceneri di quella passata.

I preparativi

Nella sua evoluzione contemporanea, la prassi della festa ha assunto comunque contorni più espressamente “ricreativi”. I preparativi iniziano qualche giorno prima, quando i ragazzi del quartiere si spostano per le vie del paese, di solito spingendo una carriola in cui raccogliere casa per casa la legna che servirà a costruire il falò.
L’ultimo giorno viene allora il turno dei “grandi”, che si spingono nei boschi o nelle montagne dei dintorni a raccogliere le “fascìne” di ginestra che serviranno a ravvivare il fuoco a intervalli regolari, tenendo la fiamma alta per tutta la notte.

I falò nei diversi paesi

Le tradizioni specifiche differiscono nei particolari di paese in paese, ma conservano una forte base comune: solitamente, attorno al falò si balla al ritmo della musica popolare suonata da fisarmoniche e organetti di improvvisati musicisti autoctoni; si degustano torte rustiche, piatti tipici, nonché le famose zeppole di San Giuseppe, di rado accompagnate da bevande diverse dal vino locale.

L’altezza raggiunta dai “fucanoj”, la loro “capacità” di arrampicarsi verso il cielo, costituisce una discriminante pressoché oggettiva nella riuscita della festa: in alcuni paesi è indetta annualmente una gara ufficiale tra i diversi rioni, con tanto di giuria preposta a valutare e premiare il fuoco migliore.

A fine nottata è tradizione che ognuno raccolga della brace e ne porti un po’ a casa, aiutandosi con un badile, per rimpinguare il camino in segno di futura prosperità.

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Zeppole di San Giuseppe

Dom, 03/17/2019 - 16:32
Livello di difficoltà: MEDIOCosto: MEDIOTipologia: DOLCI, DOLCI TRADIZIONALIINGREDIENTI

Per la pasta:

  • 1 kg di farina
  • 1 kg di patate
  • 2 pezzi di lievito di birra
  • 100 g di strutto
  • mezzo bicchiere di zucchero
  • mezzo bicchiere di latte
  • buccia di 1 limone
  • 4 uova

Per la crema:

  • 1 l di latte
  • 250 g di zucchero
  • 100 g di farina
  • 6 uova
  • 1/2 stecca di vaniglia

Per guarnire:

  • amarene sciroppate q.b.
  • zucchero a velo q.b.
PREPARAZIONE

Partiamo con la preparazione della crema così che si raffreddi mentre ci occuperemo della pasta delle nostre zeppole.
In una pentola portate quasi a ebollizione il latte, quindi mettetevi in infusione la stecca di vaniglia per alcuni minuti.
In una ciotola sbattete le uova intere con lo zucchero aiutandovi con una frusta. Quindi aggiungete poco alla volta la farina e il latte caldo, continuando a mescolare.
Trasferite la crema in un pentolino e lasciate sobbollire a fuoco basso finché non si addensa, mescolando di continuo. Togliete la crema dal fuoco e lasciatela raffreddare a temperatura ambiente per mezz’ora circa.
Passiamo alla preparazione della pasta.
Lessate le patate e riducetele in purea. Quindi inseritele in un recipiente insieme a tutti gli altri ingredienti e impastate per bene. Lasciate lievitare per circa un’ora l’impasto ottenuto.
Create con l’impasto tante piccole ciambelle, che lascerete poi lievitare per un’altra ora.
Friggete le ciambelle in abbondante olio di semi (non eccessivamente caldo) e, quando saranno dorate, sistematele su della carta assorbente.
Quando si saranno raffreddate, ponetevi nel centro un po’ di crema aiutandovi con una siringa da pasticceria. Guarnire con amarene sciroppate e cospargere di zucchero a velo.

CURIOSITÀ

Le zeppole sono dolci fritti tipici della cucina del Sud Italia, in particolare del napoletano, consumate tradizionalmente il 19 marzo in occasione della festa di San Giuseppe. Secondo un’antica leggenda San Giuseppe, dopo essere arrivato in Egitto, si ritrovò a vendere frittelle per provvedere al sostentamento di Gesù e Maria.

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Eventi ok

Ven, 03/15/2019 - 10:33
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Spettacolo teatrale con Jacopo Fo: Calzini sul comò, ti amo ma non li trovo

Mer, 03/06/2019 - 13:35

09 marzo 2019 – ore 21.00 | Sala del Centro Sociale – Villa D’Agri, PZ

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Masterclass di Recitazione Scenica a Viggiano con Mario Pirovano e Jacopo Fo

Mer, 03/06/2019 - 13:30

9 marzo e 10 marzo / ore:10.00-13.00 – 15.00-18.00

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Monumento alla Madonna ed ai suoi portatori

Mar, 02/19/2019 - 11:58

È il monumento più bello del centro di Viggiano e lo si può ammirare in tutto il suo splendore all’ingresso del paese, nella grande Piazza Papa Giovanni XXIII dove, ogni anno, tutta la Lucania saluta la Regina delle Genti Lucane che scende dal Monte.

L’opera più grande della Basilicata, seconda solo al Cristo di Maratea, è stata inaugurata il 21 agosto 2017 dal Prefetto della Casa Pontificia sua Eccellenza Monsignore Georg Gänswein, e racconta ai visitatori la lunga storia che lega il paese allo storico rituale del pellegrinaggio in onore della Madonna Nera del Sacro Monte di Viggiano.

Realizzata in bronzo dallo scultore potentino Felice Lovisco, è un’opera unica nel suo genere: tredici figure maschili a dimensioni reali che trasportano sulle spalle l’icona della Madonna in pellegrinaggio verso la vetta del Sacro Monte. L’immagine trasmessa è infatti quella del rito che si ripete due volte all’anno (la prima domenica di maggio e di settembre), quando i fedeli provenienti da tutto il Sud Italia accompagnano la Madonna negli spostamenti dal santuario sul Monte a quello in paese, e viceversa.

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Fagioli di Sarconi

Ven, 02/15/2019 - 14:21

Sempre più apprezzato anche al di là dei confini della Basilicata, il fagiolo di Sarconi rappresenta un’autentica eccellenza nel panorama agroalimentare lucano.
Sapido, tenero e gradevole al palato, è un legume unico nel suo genere, facilmente digeribile e dagli straordinari effetti benefici sulla salute. Non a caso dal 1996 ne è stata riconosciuta la qualità col marchio di tutela “I.G.P.” della Comunità Europea.

Storia e luoghi di produzione

La coltivazione del fagiolo ha sempre avuto un ruolo di grande importanza per la popolazione locale, rappresentando specie tra i contadini più poveri una valida alternativa alla carne. Non è dunque un caso che la “Carta dei prodotti alimentari delle Province Continentali del Regno delle due Sicilie” (del 1865) riportasse proprio il sacco di legumi come simbolo del territorio.

Le pratiche adottate dagli agricoltori restano ancora quelle tradizionali, come tramandate per generazioni: la raccolta, la battitura e la cernita vengono effettuate quasi esclusivamente a mano.

Oltre a Sarconi, l’areale di produzione abbraccia i comuni di Grumento Nova, Tramutola, Marsico Nuovo, Paterno, Montemurro, Marsicovetere, Moliterno, San Martino d’Agri, Spinoso e Viggiano.

Caratteristiche e proprietà

Le ragioni dell’unicità del fagiolo di Sarconi stanno proprio nel territorio dell’Alta Val d’Agri, caratterizzato da terreni fertili e privi di calcare, abbondanti acque sorgive e un clima con forti escursioni termiche estive. Simili condizioni donano al fagiolo una buccia sottile ma resistente in cottura (che avviene quindi in maniera rapida e uniforme e senza alterazioni nella consistenza), e un alto contenuto di zuccheri semplici che gli conferisce un’elevata digeribilità e un caratteristico sapore tendente al dolce.

Ricerche condotte dall’Università degli Studi della Basilicata in collaborazione con il Consorzio di Tutela Fagiolo di Sarconi I.G.P., peraltro, hanno evidenziato la presenza di sostanze utili a contrastare il diabete e mantenere costante il livello di glicemia.

Gli ecotipi coltivati sono più di 20: riso o tondino bianco, tovagliedde, rampicanti, verdolini, ciuoti o regina, tabacchino, munachedda, cannellino, sono solo alcune tra le varietà più apprezzate.

Sagra del fagiolo di Sarconi I.G.P.

Ogni anno tra 18 e 19 agosto il comune di Sarconi si trasforma nella “Capitale Europea del fagiolo”, con una sagra che ormai accoglie migliaia di persone da tutta Italia. Una due giorni in cui si può gustare il legume in svariate preparazioni, passando dalle tradizionali zuppe a inconsueti dolci tra cui il gelato, la pasta di mandorle, la crema spalmabile e, ultima creazione, la birra al fagiolo.

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Prosciutto di Marsicovetere

Gio, 02/14/2019 - 11:41

Il prosciutto di Marsicovetere è un prodotto di nicchia, frutto di una secolare tradizione e di saperi che il tempo non ha consumato. Un prosciutto crudo di montagna, genuino, dal gusto dolce e saporito, caratterizzato da una particolare stagionatura che avviene a oltre 1000 m di altitudine.

Come e dove si produce

Per la produzione del prosciutto di Marsicovetere vengono utilizzati esclusivamente animali di piccola taglia (non oltre i 120 kg), cresciuti da allevatori locali.

Dopo la sezionatura si procede a rifilare la coscia, massaggiata e salata a secco per un periodo che va dai 25 ai 40 giorni. Dopodiché vi è la pressatura, che avviene mediante torchi in legno che vengono stretti progressivamente durante 8-10 giorni per far sì che la carne rilasci i succhi interni. Il prosciutto viene poi cosparso con un impasto a base di sugna, pepe e peperoncino piccante macinato.

La stagionatura può arrivare fino a 22 mesi e avviene in particolari condizioni ambientali all’interno di locali interrati e antiche cantine delle abitazioni situate come detto a circa 1000 m di altitudine.

Cenni storici

In quest’area il consumo della carne suina ha rappresentato per secoli l’elemento cardine dell’alimentazione.
All’interno della maggior parte delle famiglie è rimasta viva l’abitudine di allevare uno o due capi di maiale come scorta di cibo per l’inverno, e vi sono testimonianze di come il prosciutto crudo locale fosse prodotto e avesse rinomanza già a partire dal IV secolo a.C.

Caratteristiche e proprietà

La lenta stagionatura, che avviene in ambienti asciutti e areati, garantisce al prodotto un’elevata digeribilità grazie alla graduale fermentazione dei grassi e delle proteine della carne in sostanze ad alto valore dietetico e nutrizionale.
Al palato si distingue per il gusto piacevole, più saporito rispetto agli altri prosciutti tradizionali ma non eccessivamente salato. Il profumo è spiccato e persistente.

Sagra del prosciutto di Marsicovetere

Da ormai molti anni in agosto Marsicovetere ospita la sagra del prosciutto.
Tenuta inizialmente sul monte Volturino, in concomitanza con la ridiscesa in paese della statua della Madonna dell’Assunta (14 e 15 agosto), la rassegna si è recentemente trasferita a valle, rivitalizzata nell’ambito delle numerose iniziative di agosto nella frazione di Villa d’Agri, nella cornice di un lungo periodo di feste, concerti, iniziative enogastronomiche e culturali sotto le splendide stelle dell’estate valligiana.

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Canestrato di Moliterno

Gio, 02/14/2019 - 11:35

Il Canestrato di Moliterno I.G.P. è un formaggio a pasta dura, prodotto con latte di capra e di pecora allevate allo stato brado.
Tra i formaggi più rinomati della regione, deve il suo successo proprio alla particolare stagionatura, che avviene in antichi locali, detti “fòndaci”, nel territorio di Moliterno.

Secondo lo storico locale Giacomo Racioppi (XIX sec.), il nome stesso della città di Moliterno deriverebbe dal latino “mulcternum”, che è il luogo dove avvengono la mungitura e la coagulazione del latte.

Il Canestrato detiene dal 2010 il marchio a Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.) dell’Unione Europea, che ne tutela l’autenticità.

Produzione e stagionatura

Il Canestrato di Moliterno I.G.P. viene prodotto in 60 comuni delle province di Potenza e Matera, in un vasto areale che riprende gli antichi tratturi della transumanza delle greggi.
Tuttavia il punto forte della produzione, che è come detto la stagionatura, può avvenire secondo il disciplinare di produzione solo nell’area del comune di Moliterno, all’interno dei caratteristici fòndaci, locali di antichi palazzi nobiliari la cui particolare conformazione, unita a un microclima freddo-secco, dona al Canestrato tutte quelle peculiarità che lo rendono uno dei formaggi simbolo della tradizione casearia della Basilicata.

Caratteristiche e proprietà

Il Canestrato di Moliterno I.G.P. presenta una crosta che va dal giallo intenso al bruno. La pasta, di colore giallo paglierino, è compatta e dura con piccole occhiature irregolari. All’assaggio è armonico ed equilibrato, sapido, dolce, con elementi più forti e piccanti con l’evolvere della stagionatura.

Ottimo da mangiare anche fresco, si sposa magnificamente con numerose ricette della cucina italiana; ben stagionato si può apprezzare anche grattugiato.
È possibile trovarlo in commercio in diverse tipologie:

  • Primitivo, stagionato fino a 6 mesi;
  • Stagionato, stagionato oltre 6 mesi e fino a 12 mesi;
  • Extra, stagionato con più di 12 mesi.

Attenzione alle imitazioni, però: il prodotto dev’essere contrassegnato dall’apposito marchio a fuoco con l’immagine di un castello a tre torri entro la dicitura “CANESTRATO DI MOLITERNO”. Possibili usi illegali del marchio sono monitorati dal Consorzio di Tutela, che riunisce tutti gli allevatori e i caseifici della filiera.

Sagra del Canestrato di Moliterno I.G.P.

La sagra del Canestrato di Moliterno si può annoverare tra le più longeve della Basilicata. Ogni anno tra 9 e 10 agosto il centro storico di Moliterno si anima di tradizione, sapori e musica: un ricco programma che comprende l’assaggio di piatti a base di Canestrato e tante iniziative culturali, arricchite dai mercatini di prodotti tipici e artigianali.

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